lunedì, 08 giugno 2009
PROFESSIONISTI DELL'ANTIRAZZISMO
domenica 31 maggio 2009 alle ore 16.08
Il Ministro Maroni, pavoneggiandosi davanti ai suoi colleghi del G8 tematico dedicato alla repressione degli immigrati, ha attaccato quanti lottano e faticano a tenere l'Italia dentro parametri di civiltà definendoli "professionisti dell'antirazzismo" .
La locuzione riecheggia quella famosa di Leonardo Sciascia del 1987 dei "professionisti dell'antimafia" . Una espressione infelice della quale il grande scrittore si è certamente pentito e che era riferita in particolare a due uomini: Leoluca Orlando e Paolo Borsellino. Borsellino come è noto è caduto nella terribile imboscata mafiosa di Via D'Amelio nel 1992. Leoluca Orlando è ancora tra di noi e continua la sua battaglia politica dopo aver dato vita alla cosidetta primavera di Palermo. Il percorso umano di Borsellino e di Leoluca Orlando è stato esemplare. Come amministratore e dirigente politico Leoluca Orlando si è distinto per essere stato il migliore Sindaco di Palermo, la sventurata città oggi governata dalla destra e sommersa dalle immondizie pur facendo pagare pesanti balzelli ai suoi cittadini.
Chi sarebbero oggi i professionisti dell'antirazzismo? Sono tutti coloro che si sono battuti e si battono contro l'imbarbarimento del nostro Paese diventato un inferno di sofferenze a volte anche atroci per quanti hanno avuto la disgrazia di mettervi piede e cadere nelle grinfie adunche di voraci e cinici sfruttatori. Sono coloro che non condividono una legislazione emergenziale che complica terribilmente la vita ai migranti regolari rendendone possibile l'arresto per clandestinità , lo smembramento delle famiglie, se i datori di lavoro non rinnovano i loro contratti. L'incrudelimento delle norme ai professionisti dell'antirazzismo come me sembrano rivolte al ricatto generalizzato per quanti si sono stabilizzati in Italia da anni. I datori di lavoro hanno nelle mani un'arma terribile, hanno la chiave del loro permesso di soggiorno. Per questo abbassano e continueranno ad abbassare le retribuzioni coperti anche da un sistema che non assicura alcuna protezione ai dipendenti. Scopo del "cattivismo" del Ministro e delle leggi offensive dei diritti umani è quello di avere una massa di lavoratori per sempre stranieri nella terra nella quale vivono magari da molti anni e per sempre soggetti al datore di lavoro-Dio che ha nelle mani il loro destino.
Osservo inoltre che l'espressione "professionisti dell'antirazzismo" è del tutto sbagliata dal momento che nel declino della ragione che ha investito l'Italia è il razzismo della Lega a dare consenso, voti, potere, privilegi,
palazzi. Tutto il gruppo dirigente della Lega ha fatto le sue fortune entrando nella grande mangiatoia degli oligarchi della Roma ladrona sfruttando la paura per le invasioni "barbariche" e l'insicurezza fomentata da campagne di odio sostenute da un sistema massmediatico indegno del giornalismo civile. Frutta tanto il professionismo dei razzisti che tanti amministratori del centro-sinistra hanno ritenuto di adeguarvisi ed hanno fatto a gara con i leghisti nel segare le panchine, perseguitare e multura i lavavetri, criminalizzare i senza tetto che Maroni sta schedando nel suo Ministero.
Tanti, tantissimi professionisti del razzismo e tutti dentro la macchina del potere, tutti pubblici amministratori come il famosissimo Gentilini che vorrebbe aprire la caccia a fucilate ai clandestini, come Borghezio che incendia i miseri rifugi di fortuna dei sottoponti, come Zanonato che recinge un intero quartiere e ne ordina la evacuazione, come Cofferati che manda le ruspe ad abbattere le casupole del Reno........ .
Coloro che fanno attivamente antirazzismo hanno assai poco da guadagnare come carriera o vantaggio personale. Nuotano controcorrente in un Paese avvelenato da campagne martellanti promosse da una classe dirigente irresponsabile guidata da un uomo che attacca quotidianamente la Magistrature, l'opposizione e la Costituzione e che oggi ha immerso il Paese nella telenovela del suo sultanato e dei suoi piaceri senili in villa e che fa attaccare dai suoi sostenitori come la signora Santanchè la moglie cercando di coprirla di fango in un giornale strettissimamente legato alla sua area politica.
Pietro Ancona
http://medioevosoci ale-pietro. blogspot. com/
www.spazioamico. it
14:28
Scritto da: marcos1999
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La soluzione alla crisi? LTL X-7000 il fucile non-letale
sabato 30 maggio 2009 alle ore 19.45
Nonostante i segnali tranquillizzanti dei governi e dei ministri economici,(vedi ultime dichiarazioni di Tremonti al G-8 finanziario) sulla crisi globale del sistema capitalistico, l’allarme non cessa anzi, esso si sta spostando sui riflessi di carattere sociale, compreso il rischio dell’innalzamento dello scontro di classe, anche in paesi dove esso sembrava estinto.
Gli analisti disegnano un quadro che, sì, prevede una debole ripresa dei meccanismi di accumulazione capitalistica entro il 2010, ma che non lascia dubbi sui milioni di disoccupati che andranno ad ingrossare le file di coloro che già prima della crisi vivevano ai margini di una società ridente e resa cieca dal bagliore consumista e che poche speranze avranno dallo sfuggire ad un destino di precariato economico, sociale e morale.
UO 2020, LE OPERAZIONI URBANE
Uno scenario ampiamente previsto dagli esperti politico-militari Nato e USA,in studi come l’ U.O. 2020 (Urban Operations nell’anno 2020) dove possibili sommosse in città e megalopoli sempre più degradate e con flussi migratori di proporzioni bibliche, a causa dell’impoverimento di interi continenti come quello africano, richiederanno l’intervento massiccio delle Forze Armate contro i cittadini, abitanti l’ambiente urbano che avrà invaso ormai tutte le aree migliori del pianeta.
In nostri precedenti articoli e segnalazioni sull’argomento, (vedi http://www.pugliantagonist
Gli esperti inviati dalle forze di polizia e dagli Stati Maggiori degli Eserciti delle nazioni partecipanti all’UO 2020, compreso lo Stato Maggiore della Difesa italiano, avevano inoltrato pressanti richieste di strumenti (armi, mezzi, tecnologie, ecc) e procedure integrate e/o multinazionali, tali da poter essere in grado, entro la data del 2020, di contrastare il nuovo pericoloso nemico: l’Umanità sofferente, abitante nelle Megalopoli in rivolta.
Dal 1998, quindi, il nostro paese partecipava a pieno titolo con suoi delegati militari e consulenti delle diverse industrie armiere al programma UO 2020.
La risposta italiana: il soldato futuro
La presenza italiana nel team UO 2020 era dettata da interessi di carattere industriale , ma anche militare a causa delle esigenze di impiego delle FFAA all’estero.
Su quest’ultimo punto possiamo solo accennarvi che già in due casi le nostre Forze Armate avevano manifestato l’esigenza di dotarsi di materiali più consoni al tenere a freno masse di civili rivoltosi. Parliamo della Somalia, dove a Mogadiscio al famoso Pasta Point si era stati costretti ad usare le mitragliatrici delle jeep contro civili armati, confusi a donne e bambini; successivamente, poi, nell’area balcanica, nella zona serbo-bosniaca, ove vi erano stati momenti di grave tensione in cui le forze di polizia militare MSU NATO si erano trovate in difficoltà in diversi episodi di controllo della folla. In seguito le esigenze erano cresciute con l’intervento in Kosovo e sui teatri Iracheni ed afgani.
In pratica si richiedevano dotazioni di armi non letali e mezzi tali da impedire che i militari usassero contro civili in rivolta , in prima istanza, armi da guerra,con le dovute ricadute di carattere politico interno ed internazionale, ma anche in traumi da stress per i militari coinvolti.
Sui tavoli di studio dell’UO 2020 venivano prospettate, alle diverse delegazioni, un ampio catalogo di armi non letali , sia già esistenti che in sperimentazione, e come le industrie del settore, se adeguatamente e finanziariamente motivate, fossero in grado di produrne in grandi quantità, nel caso che gli scenari apocalittici degli studi strategici si fossero realmente avverati.
Gli statunitensi, forti delle tecnologie spaziali e cibernetiche , grazie al mare di soldi investiti in questo settore dal Pentagono , presentavano alcuni modelli di mezzi robotizzati e piattaforme di lancio di gas, barriere sonore, bombe flash e sonore, sino a missili, teleguidati da videocamere fisse e mobili o altri UAV volteggianti sulle piazze e strade in rivolta, capaci di “neutralizzare” (scusate l’eufemismo, ma i palestinesi di Gaza e gli afgani e pachistani delle zone tribali, vi potrebbero spiegare bene questo termine…) i capipopolo e gli agitatori più pericolosi durante le sommosse di piazza.
In questo nuovo mercato che aveva come target futuro praticamente quasi tutta l’Umanità , le nostre industrie, in particolare la Beretta e consociate ,trovavano spazi interessanti per i loro prodotti, richiedendo però che le FFAA facessero le dovute pressioni sui governi, di centrosinistra e centrodestra che si fossero alternati al potere in Italia, per assicurare prima i fondi necessari per la ricerca e lo sviluppo di prototipi e in seguito l’aiuto nella promozione dei prodotti in Patria e all’Estero.
In Italia nasceva e si sviluppava il programma Soldato Futuro, propagandato come indispensabile per fornire mezzi dignitosi per i nostri uomini in uniforme impegnati nelle missioni di pace e spesso irrisi dai loro colleghi , per le loro dotazioni “antiquate”.
Parlamentari, ministri, commissioni difesa dei diversi governi di centro-destra e centro-sinistra venivano addomesticati ed ammaliati dagli sponsor dei prodotti di fantascienza dei quali superdecorati generali ne spiegavano l’assoluta necessità urgente, senza dir loro che in un non lontano futuro sarebbero stati usati contro gli stessi i cittadini che li avevano eletti
Tra questi prodotti, in bella mostra, nei depliant e nelle presentazioni in Power Point , il pezzo forte del programma Soldato futuro, ovvero l’avveniristico fucile letale/non letale, un fucile capace di sparare proiettili mortali ma anche “ più morbidi” e quindi mettere a suo agio ogni soldato di fronte alle diverse necessità.
In questo campo la Beretta , negli ultimi dieci anni si è impegnata nello sviluppo di due prodotti di eccezione che in questi primi mesi del 2009, sono oggetto di una mirata campagna pubblicitaria.
Il primo, el quale abbiamo ampiamente parlato, è il fucile ARX 160, (quello capace di sparare dietro i muri) vedi http://www.pugliantagonist
Il secondo è il fucile LTL X-7000 l’arma della soluzione finale contro i Black-Blok , gli ecopacifisti sempre pronti a bloccare l’avvio di centrali nucleari o discariche militarizzate, i migranti che si rivoltano nei quartieri o nei CPT, ma, anche, in pieno panico da crisi globale, quello che dovrebbe tenere a freno masse di civili, in scenari già visti in america Latina, assalterebbero banche e supermercati
Un fucile che ha superato i test per l’Esercito americano nel 2007 e quelli del 2007 e del 2008 per l’Esercito italiano e ora Beretta attende che arrivino ordini dall’Italia e dall’estero per una massiccia produzione.
Il popolo ha fame? Dategli da mangiare proiettili di gomma!
I tagli alle Forze Armate, inseriti in finanziaria, hanno solo in parte ridotto gli stanziamenti per il programma Soldato futuro e come successo già altre volte l’acquisto dei nuovi fucili anti-folla verrà nascosto sotto la voce di finanziamenti per le missioni di pace all’estero e aiuto e cooperazione per le polizie afgane, irachene, ecc...onde evitare imbarazzanti quesiti:
Oscuri scontri nelle stanze del potere, dai tavoli ministeriali a quelli delle quattro forze armate, sempre in lotta tra loro nel contendersi fondi e scaricare agli altri i tagli, stanno in questi giorni rinviando l’agognato ordine di acquisto e l’imbarazzo cresce…
Come farà a giustificare re Silvio di aver parafrasato la sfortunata regina Antonietta (quando in piena crisi economica della Francia disse: -“Se il popolo ha fame e non ha il pane, che mangi le brioches!”-) quando si scoprirà che invece di aiuti per il reddito delle famiglie , si compravano i fucili da usare contro le folle di futuri disoccupati ed affamati?
Il popolo ha fame e si lamenta? Dategli da mangiare un po’ di proiettili di gomma!…
P.S: Immaginiamo dopo il fattaccio che il nostro Silvio reagirà dicendo che era stato frainteso, ovvero:“.-Se il popolo non ha niente da mettere tra i denti dategli una gomma da masticare!”-
FINE PARTE PRIMA
LTL X-7000
UN FUCILE PER TUTTE LE STAGIONI ( e per tutti i bersagli)
Fu con questo logo pubblicitario che il Winchester vinse sui suoi concorrenti, entrando a pieno titolo nella leggendaria conquista del West e relativo sterminio di bufali ed indiani.
Sulla Terra attuale non ci sono più altri territori selvaggi da conquistare e da portare in dono al Capitalismo globalizzatore, ma c’è da difendere i Fort Knox della cittadella imperialista, alla stregua fossero degli Alamo minacciati dall’avanzata delle orde del generale Santana.
Miliardi di esseri umani in un prossimo futuro, reso apocalittico dalle scelte devastanti da qualche secolo di selvaggio capitalismo, si presenteranno quotidianamente nelle piazze, nei quartieri in rivolta suonando il deguejo annunciante la fine di un sistema che ha ridotto il pianeta ad un lercio immondezzaio.
La potenza del colpo, come hanno spiegato i rappresentanti dell’azienda beretta ai Marines nel collaudo del 2007 e nel poligono militare italiano…omissis… sotto la supervisione della Direzione degli armamenti dell’esercito, può essere regolabile a seconda della distanza e del manifestante da colpire.
Praticamente, grazie ad una variazione dei parametri dati dal mirino a led rossi (red dots) in caso si avessero manifestanti che avessero indosso un minimo di protezioni (caschi, occhiali antischeggia, ginocchiere, parastinchi, protezioni in gomma, lastre in plexigass) la potenza del colpo si potrà aumentarla semplicemente sregolando il servomeccanismo ottico (nella funzione distanza del bersaglio) in maniera tale che si possano spezzare ginocchia, rompere costole e sfondare occhiali devastando i globi oculari dei più agitati dei dimostranti e dei capipopolo.
Due soli carabinieri, poliziotti o soldati armati di questo fucile potrebbero falciare a raffica dieci manifestanti alla volta a distanza di 80/100 metri senza remore di essere accusati di voler intenzionalmente ammazzare nessuno
Teoricamente i manifestanti colpiti dovrebbero rialzarsi solo un po’indolenziti, con gambe e costole ammaccate dall’impatto ma chi garantirà che gli agenti armati di questo fucile non modifichino ed impostino la potenza di fuoco di esso nella versione più dolorosa e pericolosa, tenendo conto che i progettisti BERETTA hanno, di default, previsto questa opzione?
L’effetto su un corteo di questo “fucile raddrizzamatti” sarebbe spettacolare:l’equivalente
L’arma attualmente si presenta in due versioni:
La prima, finalizzata al mercato americano ed in particolare per il corpo dei Marines, con capacità dual use, ovvero la possibilità di poter variare in tempo reale il munizionamento da non letale a letale. Praticamente l’anticipazione delle regole standard che … dopo la crisi energetica del 2015 e quella alimentare del 2020 furono varate ed approvate in sede ONU nella sessione straordinaria sul mantenimento dell’Ordine pubblico del Pianeta.- Le forze di sicurezza di fronte a saccheggiatori e sobillatori che si ostinino a perseverare in atti teppistici contro le proprietà e le persone, saranno fatti oggetto prima di una salva di avvertimento di proiettili non letali, nel caso si perseverasse nell’ azione delittuosa le forze di polizia saranno autorizzate all’uso delle armi da fuoco”
La seconda versione, quella per il mercato italiano e per alcuni mercati mediorientali mantiene il profilo di questo fucile come arma potenzialmente non letale, con scopi antisommossa e da ordine pubblico, ma con potenzialità anche nel campo della sicurezza privata.
Ma basteranno queste geniali trovate militar-poliziesche a frenare Miliardi di esseri umani che anelano di poter vivere in un mondo migliore?
I Winchester di Custer , i cannoni della Bastiglia e i B52 su Hanoi non riuscirono ad evitare la sconfitta dei loro superbi padroni, avrà un diverso destino il nuovo giocattolo della Beretta?
IL NEMICO E’ ALLE PORTE!
A difendere Fort Alamos in quella prossima guerra urbana (Urban operation) sarà quell’Esercito Mercenario Internazionale ampiamente collaudato sin dagli anni 90 alle cosiddette operazioni di polizia internazionale, in tutte le latitudini e ambienti del Pianeta.
Un esercito di Robocop armati di tutto punto e di un vasto assortimento di strumenti di dissuasione di massa e tra questi un pezzo di eccezione sarà proprio l’ultimo prodotto della Beretta: il fucile LTL X-700
Surclassando i concorrenti la nostra azienda manifatturiera di prodotti al servizio dell’umanità, propone il suo attrezzo multiuso, versatile ed efficace, ma innanzitutto preciso come nessun fucile antisommossa lo è stato sinora.
Un’arma capace di scagliare proiettili di 12,6 grammi a velocità costanti fino a distanze elevate grazie ad un sofisticato sistema di controllo collegato ad un’ottica di eccezione di un’altra delle nostre industrie d’elite: la Galileo di Firenze.
Ma perché quest’arma dovrebbe essere preferita a quelle già esistenti?
Innanzitutto essa si basa su un modello di un normale fucile a pompa Vursan Stoeger (una controllata della Beretta) che spara normali (e mortali) proiettili da 12, capaci di fermare un toro in corsa, trasformato in un lanciatore di una munizione di 12,5 grammi , sviluppata dalla americana Defence tecnologies Cor. La munizione ha una testa deformabile in gomma poliuretanica ed il serbatoio dell’arma attualmente contiene 5 colpi.
14:26
Scritto da: marcos1999
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Termovalorizzatore di Acerra , già sforata per 15 giorni la soglia del pm10
giovedì 28 maggio 2009 alle ore 15.00
Le emissioni di polveri sottili prodotte dal termovalorizzatore di
Acerra, nel Napoletano, hanno superato la soglia consentita dalla legge,
finora, per 15 giorni dall'inizio dell'attività dell'impianto, inaugurato
lo scorso 26 marzo.
E' quanto emerge dai dati rilevati e validati lo scorso 23 maggio
dall'Arpac, l'Agenzia regionale per la protezione ambientale della
Campania, e diffusi sul proprio sito Web.
In materia, la legge consente sforamenti di 50 microgrammi/metro cubo di
polveri sottili, le cosiddette Pm10, per 35 volte nell'arco di un anno. Il
problema dell'inquinamento, atmosferico e non, è stato all'origine di
moltissime manifestazioni di protesta organizzate dagli abitanti della
zona che, preoccupati per la loro salute, si sono opposti duramente alla
costruzione dell'impianto, destinato a produrre energia dalla combustione
dei rifiuti.
L'avvio dell'impianto - gestito dall'ex municipalizzata di Brescia e
Milano A2A - è stato considerato una delle condizioni per porre fine
all'emergenza rifiuti che ha messo in ginocchio Napoli e dintorni alla
fine del 2007.
Il termovalorizzatore - che assorbe 2.000 tonnellate di rifiuti al
giorno - non è ancora completamente a regime.
La fonte è:
http://it.notizie.yahoo.co
14:22
Scritto da: marcos1999
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Pregiudizi sui Rom, dopo le affermazioni del consigliere Carmela Rozza, il Gruppo EveryOne offre lezioni di cultura storica
Milano, 28 maggio 2009. Il comune di Milano ha attuato, come promesso, l'azione di pulizia etnica presso l'ex istituto professionale Marchiondi, zona Baggio. Circa 25 famiglie romene di etnia Rom sono state messe in mezzo alla strada, secondo la consueta liturgia dell'orrore: nessuna assistenza, nessuna alternativa di alloggio, nessun sostegno. Eppure, secondo le norme internazionali che tutelano le minoranze, quell'umanità povera ed emarginata che piangeva di fonte alle forze dell'ordine, lamentando la presenza di bambini, donne incinte e malati gravi, avrebbe avuto ben altri diritti, perché è compito delle Istituzioni rimuovere gli ostacoli all'integrazione di un gruppo sociale, erogando servizi di sostegno, attuando piani di protezione umanitaria, impegnandosi per assicurare l'integrità delle famiglie e il benessere degli individui. Non stupisce il proclama del vicesindaco De Corato, di fronte alla tragedia di oltre cento esseri umani in condizioni disperate: "Questo è un segnale forte da parte delle Istituzioni". E' l'ideologia del suo partito ad ispirarle. Sorprendono invece le dichiarazioni, di una gravità inaudita, rilasciate dal consigliere del Pd Carmela Rozza: "Mi chiedo perché gli sgomberi vengono preannunciati. In questo modo i capi che organizzano lo sfruttamento di minori e donne non possono essere fermati". Con simili ideologie, Milano ripropone gli stessi pregiudizi che la propaganda nazionalsocialista promosse negli anni 1930 in Germania, per criminalizzare i Rom e giustificare la persecuzione razziale. Secondo la concezione del partito di Hitler, i Rom si distinguevano dagli altri cittadini perché dediti a vagabondaggio, renitenza al lavoro, sfruttamento di donne e minori nell'accattonaggio. Già nel 1926 le leggi bavaresi associavano Rom e Sinti ai "vagabondi" e "renitenti al lavoro", sottoponendoli a controllo da parte della pubblica sicurezza, a "patti di legalità", all'arresto dei capifamiglia e all'espulsione dagli insediamenti in caso di manifesta a e insanabile "devianza". Da qualche tempo la sezione milanese del Partito democratico conduce una forma particolarmente odiosa di propaganda razziale, finalizzata a "competere" in quanto a intolleranza con il Pdl, le cui politiche sono stigmatizzate da Parlamento e Consiglio d'Europa, Comitato contro la discriminazione presso le nazioni Unite (Cerd), Alto Commissario delle Nazioni Unite per i profughi, Alto Commissario per i Diritti Umani nonché dalle principali organizzazioni internazionali per i Diritti Umani. Siamo convinti che Carmela Rozza sappia perfettamente che l'accattonaggio è l'estremo mezzo di sopravvivenza con cui i Rom tentano disperatamente di sopravvivere in una società spietata nel suo razzismo. Siamo convinti che Carmela Rozza sappia perfettamente che le donne e i minori che mendicano appartengono a nuclei familiari perseguitati dalle istituzioni e dalle autorità della città di Milano, che anziché attuare politiche di integrazione conducono brutali operazioni di pulizia etnica. Siamo convinti che Carmela Rozza sappia perfettamente che i "capi" cui si riferisce sono mariti e padri disperati, costretti all'attività umiliante della questua come le loro compagne, come i loro figli, pena lasciarsi morire di stenti. Siamo convinti che Carmela Rozza sappia perfettamente che le ultime famiglie Rom romene rimaste in città sono oggetto di violenza e abusi di ogni genere, istituzionali e privati. Siamo convinti che Carmela Rozza sappia di cosa sta parlando, ma siamo disposti a concederle il beneficio del dubbio. Se le ideologie del consigliere, speculari a quelle portate avanti dalla propaganda nazifascista negli anni delle leggi razziali, derivassero da ignoranza riguardo alla realtà dei Rom nell'Unione europea, il Gruppo EveryOne si rende disponibile a tenere - gratuitamente - lezioni di cultura storica, etnica e sociale, in relazione al popolo Rom, a beneficio dei rappresentanti della sezione milanese del Pd, poiché siamo persuasi che informazione e cultura siano i soli deterrenti efficaci contro gli effetti devastanti delle calunnie e degli stereotipi utilizzati dai movimenti xenofobi (e meccanicamente ripetuti dagli ignoranti) per criminalizzare e perseguitare i Rom.
www.everyonegroup.com
14:20
Scritto da: marcos1999
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venerdì, 27 marzo 2009
Decreto taglia cooperazione e Zanotelli contro AFRICOM
Scusandomi conchi ne fosse già a conoscenza, diffondo due testi, che sollecitano l'impegno di chi ha a cuore la giustizia, la solidarietà e la pace (... e ha a cuore l'Africa).
Pierangelo Monti
Decreto legge: la cooperazione in Italia la fanno solo i militari
Sulla Gazzetta Ufficiale di oggi compare un decreto legge che è un cambio paradigmatico per la cooperazione italiana. Il decreto legge sulle
missioni militari all'estero taglia infatti oltre 100 milioni di euro alle attività civili.
L'Italia, che era al penultimo posto dopo gli Stati Uniti per la cooperazione allo sviluppo, diventa così ultima, oramai sotto lo 0,1% del
PIL, e gli obbiettivi del Millennio sono carta straccia (l'Italia aveva assunto impegni vincolanti "per stanziare entro il 2010 lo 0,51% quale tappa intermedia per raggiungere lo 0,7 previsto per il 2015").
Ma non basta: penalizza il Ministero degli Esteri e privilegia quello la Difesa. Toglie fondi alle Ong e alle associazioni e favorisce la
cooperazione dei militari. Infatti dopo che la finanziaria ha tolto alla Cooperazione oltre il 56% di quanto previsto dalla manovra 2008 riducendo il budget a circa 320 milioni di euro, una mazzata arriva anche dal decreto legge sui rifinanziamenti agli impegni all'estero, varato dal governo e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale a inizio gennaio. Dalle voci di spesa spariscono completamente gli oltre cento milioni di euro che, nel dl scorso, garantivano fondi alle attività di cooperazione civile. Tutto adesso passa in mano ai militari.
Se i quattrini per gli operatori all'estero in abito borghese spariscono, i militari però possono brindare e vedersi riconosciuto un ruolo,
non solo di garanti della sicurezza, ma anche del benessere delle popolazioni da assistere. Il decreto, in sostanza, sembra sposare senza mezzi
termini la contesta logica dei Cimic (cooperazione civile-militare) e dei Prt, i Provincial Reconstruction Team varati in Iraq e
adesso pietra miliare dell'intervento in Afghanistan.
Il dl prevede persino una nuova voce di spesa non prevista dal precedente governo: 16,3 milioni destinati all'impiego di personale militare negli
Eau, Bahrain e a Tampa (Stati Uniti e sede del Centcom) "per esigenze connesse con le missioni in Afghanistan ed Iraq" (sic) e anche 8,7 milioni
per la missione antipirateria in Somalia.
Ma l'aumento per la Difesa, cosa di cui il ministro Ignazio La Russa ha pubblicamente ringraziato, diventa clamoroso se si considera
che si tratta di cifre che riguardano il primo semestre 2009 contro quelle che, nel 2008, coprivano un anno intero. Se le cifre restano
confermate infatti, la sola missione militare in Afghanistan farà un balzo da 350.069.105 di euro 242.368.418 per il primo semestre, ossia quasi
500 milioni per l'intero anno. Quella in Libano resta quasi invariata e quella nei Balcani passa a 159 milioni nel 2008 a oltre 97 nei primi sei mesi dell'anno in corso.
Dopo i tagli della Finanziaria che retrocedono ancora di più l'Italia nel campo della lotta alla povertà, quello del decreto legge è un giro di
boa circondato, come tutte le svolte operate da questo governo da un grande silenzio.
http://www.lettera22.it/showart.php?id=10077&rubrica=...
da MISNA 9/1/2009
PADRE ALEX ZANOTELLI: "NO AFRICOM A NAPOLI E A VICENZA".
Il missionario comboniano Alex Zanotelli, a Napoli dopo anni di missione in Kenya, ci fa pervenire stasera il seguente appello da lui stesso firmato:
"Le comunità cristiane in Italia hanno appena celebrato il Natale, una festa così carica di messaggi di pace. La stessa Giornata Mondiale della Pace (1° gennaio) è venuta ad accentuare questo tema per i credenti. Ma noi cristiani ci accorgiamo di quello che stiamo celebrando? Come facciamo a proclamare la pace in chiesa mentre non ci accorgiamo che la neghiamo con le scelte violente sia nostre che dei nostri governi? Come possiamo celebrare il Natale, la festa della vita, con il massacro dei bimbi palestinesi,vera strage degli innocenti? Come possiamo celebrare il Natale senza che questo “urlo” di sofferenza umana, dei palestinesi come anche di tanti altri popoli (dai congolesi ai ceceni), non venga a disturbare le nostre coscienze addormentate di cristiani di Occidente? Ci rendiamo conto che tanta di questa sofferenza è dovuta alle scelte militaristiche dei nostri governi? Un esempio incredibile è l’annuncio fatto poco prima di Natale dal nostro ministro degli Esteri Frattini che Africom, il supremo comando americano per le truppe di terra e di mare per l’Africa, troverà posto a Napoli e a Vicenza. Africom, creato nel 2007 dal presidente Bush e inaugurato il primo ottobre 2008 a Stoccarda (Germania), è guidato oggi dal generale afro-americano William “Kid” Ward. Il generale ha speso il 2008 a cercare una base per questo comando in Africa. Ma la forte azione diplomatica del Sudafrica contro la presenza di Africom nel continente, ha impedito agli Usa di trovarla. Come ultima chance gli americani hanno pensato di trovarla nel paese più vicino all’Africa, la Spagna ed esattamente a Rota (Cadice), ma Zapatero si è opposto. Non rimaneva che l’Italia! E il Governo Berlusconi è stato ben felice di dare il benvenuto ad Africom a Vicenza e a Napoli .(Nel 2008 il comitato campano Pace e Disarmo aveva scritto un libro dal titolo profetico: Napoli chiama Vicenza, che descrive la pesante militarizzazione del territorio campano dotato di sette basi militari: Usa e Nato!). Il ministro Frattini ha anche detto che si tratta di “strutture di comando che operano nel quadro Nato”. Bugia! Il comando Africom è uno dei sei comandi unificati del Pentagono. Frattini ha anche dichiarato che non ci sono truppe da combattimento, ma solo componenti civili. Altra bugia! Africom è il comando unificato militare statunitense che ha come scopo la lotta al terrorismo e l’addestramento dei militari africani oltre alla protezione degli enormi interessi americani in Africa .E proprio per potenziare Africom, gli Usa hanno costituito due nuovi corpi: i Marines per l’Africa (Maforaf) e il Diciassettesimo Stormo dell’aeronautica militare Usa con il nome di Afafrica. Quest’ultimo opererà soprattutto da Vicenza e Sigonella, oggi la più grande base aerea nel Mediterraneo. Le forze armate USA hanno fatto già sapere che 750 militari verranno assegnati a Napoli e a Vicenza. Frattini ha anche detto che la scelta del governo è stata presa dopo aver informato i paesi africani che hanno espresso grande supporto per questa decisione! Strana democrazia quella del governo Berlusconi che tiene nascosta una tale decisione al Parlamento e consulta invece i governi africani! Il nostro governo dando il suo consenso a Washington contribuisce alla nuova operazione di stampo coloniale mirante al controllo delle aree strategiche dell’Africa. Le domande che sorgono sono molte e inquietanti sia per il nostro governo e parlamento, sia per le amministrazioni della Campania e di Napoli, sia per la Chiesa italiana. - Governo e parlamento: in quali sedi e con quali procedure è stata presa questa decisione di grande importanza strategica? Perché il parlamento italiano non è stato informato e non c’è stato nessun dibattito parlamentare? Il PD ha qualcosa da dire a riguardo? Oppure c’è un accordo bipartisan su tutto questo? - Regione Campania e Comune di Napoli: la Regione Campania, nella persona del suo presidente Bassolino, è stata almeno consultata? E la sindaca di Napoli, Rosa Iervolino, è stata almeno interpellata, dato che Africom sarà posizionato a Napoli? - Chiesa italiana: Come mai la Cei non ha alcuna parola da dire su scelte militaristiche così scellerate? Come mai gli istituti missionari e le realtà missionarie laicali come la Focsiv non reagiscono a decisioni militaristiche così gravi? Come facciamo ad inviare missionari , suore, laici in Africa se non denunciamo scelte come queste che rendono l’Africa sempre più schiava e sfruttata? Se, come missionari, vogliamo proclamare buona novella ai poveri, dobbiamo avere il coraggio di denunciare con forza queste virate militaristiche del nostro governo. Non e’ questa la missione globale a cui come missionari siamo chiamati? Mi aspetto una presa di posizione pubblica da parte degli istituti missionari operanti in Africa.
A tutti chiedo di inviare una mail al ministro degli Esteri Frattini e al ministro della Difesa La Russa , protestando per la scelta di Africom a Vicenza e a Napoli.
22:45
Scritto da: marcos1999
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Gli emiri, il Milan, l’Inter, la Juve e il Ponte sullo Stretto
IL PANE E LE ROSE - classe capitale e partito a padova e nel veneto
L'articolo originale all'indirizzo: http://www.pane-rose.it/index.php?c3:o14454
Gli emiri, il Milan, l’Inter, la Juve e il Ponte sullo Stretto
(26 febbraio 2009)
La notizia dei 500 milioni di euro offerti dall’Abu Dhabi United Group for the Development and Investment (ADGDI) per rilevare il 40% del pacchetto azionario del Milan calcio ha fatto il giro del mondo, mettendo in fibrillazione azionisti, scommettitori e tifosi. Il presidente del Consiglio e proprietario della blasonata squadra italiana, Silvio Berlsuconi, ha smentito qualsivoglia trattativa di cessione, ma ci sono troppe strane coincidenze per poter archiviare frettolosamente l’intera vicenda. Innanzitutto perché dietro l’operazione ci sarebbe lo sceicco Mansour Bin Zayed Al Nayhan, membro della famiglia che governa l’emirato di Abu Dhabi, nonché proprietario del Manchester City, team inglese del solo qualche mese fa aveva chiesto di acquistare Kaká dal Milan, in cambio di 108 milioni di euro.
Poi perché dal 10 agosto 2007, l’Abu Dhabi Investment Authority, il principale fondo degli Emirati Arabi Uniti, possiede il 2,04% del capitale di Mediaset, la cassaforte dell’impero Berlusconi e, secondo alcuni analisti economici, punterebbe a rastrellare un altro 3% delle azioni del biscione, sfruttando l’uragano finanziario che si è abbattuto sulle borse mondiali. Terzo, perché è sotto gli occhi di tutti la convergenza di politiche ed interessi economici tra il governo italiano e il piccolo emirato arabo. A fine gennaio, ad esempio, l’Abu Dhabi Tourism Authority (ADTA), l’autorità statale che dirige l’industria turistica, ha aperto due uffici di rappresentanza in Italia, uno a Roma e uno a Milano. Il 4 febbraio, la sottosegretaria al Turismo, Michela Brambilla, fedelissima berlusconiana, si è recata in Medio oriente per inaugurare il forum del turismo alberghiero Italia-Abu Dhabi ed insignire lo sceicco Sultan Bin Tahnoon Al Nahyan (stretto congiunto del titolare del Manchester) e presidente di ADTA, dell’onorificenza di Grande Ufficiale Ossi della Repubblica italiana.
Il presidente del consiglio e il ministro della difesa Ignazio La Russa, sono andati ben oltre. Hanno inviato il pattugliatore d’altura Comandante Bettica per fare da ambasciatore del complesso militare industriale italiano al salone internazionale della difesa IDEX 2009 organizzato ad Abu Dhabi dal 22 al 26 febbraio 2009. All’appuntamento dei mercanti di guerra, il gruppo Finmeccanica, in buona parte proprietà del Tesoro, si è presentato al gran completo: la controllata Alenia Aeronautica per piazzare aerei antisommergibile e anti-nave ATR-72-ASW ed i velivoli da trasporto tattico C-27J Spartan; Alenia Aermacchi, gli addestratori M-311 ed M-346; Agusta Westland, gli elicotteri da combattimento AW-119 Koala, AW-129, Super Lynx 300 ed NH-90; Oto Melara, i cannoni navali 76/62 e i blindati Centauro; Drs Technologies, i sistemi di rilevamento e sorveglianza utilizzati in mezzo mondo contro i migranti.
C’è pure l’ombra di Abu Dhabi sui lavori del Ponte sullo Stretto di Messina, obiettivo strategico dell’esecutivo Berlusconi. Lo hanno scoperto i magistrati romani che indagavano su un anziano ingegnere italo-canadese, Giuseppe Zappia, che aveva partecipato alla fase di pre-qualifica per la progettazione e l’esecuzione dell’opera. Secondo la Procura capitolina che ne ha chiesto il rinvio a giudizio, il professionista si sarebbe mosso per conto del boss Vito Rizzuto (capo della criminalità organizzata del Canada e stretto alleato del clan Bonanno di New York), intenzionato ad investire nell’operazione Ponte un paio di milioni di dollari provenienti dal traffico di stupefacenti. Sempre secondo i magistrati romani, una parte del denaro per i lavori nello Stretto di Messina sarebbe dovuto arrivare dalla riscossione di una ingente somma in Medio oriente da parte dell’ingegnere Zappia e di alcuni associati del Rizzuto. In particolare, il professionista italo-canadese aspirava ad entrare in possesso di un miliardo e settecento milioni di dollari corrispondenti al valore di alcuni lavori realizzati ad Abu Dhabi dalla ZMEC - Zappia Middle East Company Ltd., società costituita nel paradiso fiscale delle Isole Vergini. Nell’emirato arabo, tra il 1979 e il 1982, mister Zappia aveva progettato un acquedotto di oltre quattrocento chilometri ed ottenuto ben otto contratti di costruzioni civili. Sorsero tuttavia dei contrasti con gli enti committenti e la vicenda finì davanti ad un tribunale civile degli Stati Uniti d’America.
Ottenute le commesse e avviati i lavori ad Abu Dhabi, intorno alla metà del 1982, la ZMEC si vide prima ritardare il pagamento di una tranche, poi ricevere comunicazione del blocco dei restanti pagamenti. Nel gennaio 1983, l’ingegnere Zappia fu costretto a chiedere un prestito alla Emirates Commercial Bank (ECB). L’istituto impose alla ZMEC di trasferire le commesse ad un’altra società internazionale. “Ho dovuto sottoscrivere quest’accordo perché mi minacciarono di mettermi in prigione”, ha dichiarato Giuseppe Zappia.
Due anni più tardi, la ECB ed altre due banche dell’emirato furono ricapitalizzate e si fusero nell’Abu Dhabi Commercial Bank. Dopo aver chiesto ripetutamente alle autorità dell’emirato un congruo rimborso per le attrezzature della ZMEC che erano state sequestrate e cedute ad altre imprese, nel 1994 l’ingegnere citò di fronte alla giustizia americana l’Abu Dhabi Commercial Bank e l’Abu Dhabi Investment Authority, l’autorità statale che qualche anno più tardi avrebbe acquistato una consistente quota azionaria di Mediaset.
Il giudice distrettuale di New York rigettò il ricorso e nel giugno del 2000 arrivò per l’italo-canadese una sentenza d’appello altrettanto sfavorevole. A questo punto, per ottenere l’ambito risarcimento dall’allora presidente del consiglio di Abu Dhabi, Sheikh Kalifa bin Zayed Al Nahyan, Zappia contattò inutilmente il generale in capo dell’esercito USA di stanza nell’emirato ed alcune delle maggiori autorità del mondo arabo, come il sovrano del Marocco, il presidente siriano, il re di Giordania e il presidente palestinese Yasser Arafat. L’ingegnere si affidò allora ad un mediatore d’affari franco-algerino, Hakim Hammoudi, personaggio che secondo la Procura di Roma stava seguendo per conto del boss Rizzuto alcuni affari in Europa e nel Golfo Persico. Alla vigilia della gara per i lavori del Ponte, Hammoudi comunicò a Zappia di essere riuscito a sbloccare il credito avanzato ad Abu Dhabi grazie alla collaborazione di un non meglio specificato “principe” della casa regnante in Arabia Saudita, anch’egli interessato ad entrare nel grande affaire dello Stretto. Il 19 luglio 2003, Zappia veniva intercettato mentre dialogava al telefono con Vito Rizzuto ed Hakim Hammoudi. “Penso che stiamo arrivando alla fine adesso, o no?!”, domandava Rizzuto. “Comunque loro, da come la vedo io, vogliono dare qualche cosa ma non è abbastanza. Vediamo se possiamo prendere di più”. Gli ordini di cattura emessi dalla Procura di Roma nell’ambito dell’inchiesta Brooklin contro Zappia, Rizzuto e Hammoudi impedirono la conclusione della controversia finanziaria con le autorità statali di Abu Dhabi.
A rendere piuttosto ingombranti amicizie e affari dell’establishment italiano con la famiglia che governa l’emirato non c’è solo però l’episodio che ha visto protagonisti Zappia e Rizzuto. Lo sceicco Kalifa bin Zayed Al Nahyan, padre dell’odierno emiro di Abu Dhabi, Khalifa bin Zayed bin Sultan Al Nahyan, sino alla sua morte avvenuta nel 2006 è stato strettamente legato alle organizzazioni dell’estremismo religioso islamico. Negli anni ’60, Sheikh Kalifa bin Zayed visitò il Beluchistan pakistano sotto la protezione di un anziano funzionario dei servizi segreti di quel paese, che lo mise in contatto con molti dervisci e mistici locali. Fu proprio grazie a questi contatti che l’emiro di Abu Dhabi incontrò l’uomo d’affari pachistano Agha Hassan Abedi, divenendone grande amico e collaboratore sul piano economico-finanziario. Agha Hassan Abedi è il fondatore della BCCI, la Bank of Credit and Commerce International, più nota come Criminal Bank, per anni il più importante centro di “lavaggio” del denaro proveniente dal narcotraffico, utilizzata dalla CIA per la conduzione di operazioni clandestine a favore dell’ex alleato Saddam Hussein, del dittatore pakistano Mohammed Zia, della Contra nicaraguese e della resistenza islamica all’occupazione sovietica dell’Afghanistan. Fu proprio grazie all’amicizia con il potente emiro Zayed Al Nahyan, che la BCCI ebbe la possibilità di aprire tre filiali negli Emirati Arabi Uniti.
Il fervore religioso dell’ex capo di governo lo convinse a finanziare la realizzazione ad Abu Dhabi della più grande moschea del mondo, 500 mila metri quadrati di superficie. Il primo lotto dei lavori per un importo di 120 milioni di dollari, fu affidato nel 1996 a due imprese italiane, la Rizzani de Eccher di Udine ed Impregilo. Quest’ultima è oggi capofila della cordata general contractor per i lavori del Ponte di Messina. Attraverso la controllata Fisia Italimpianti, Impregilo ha pure realizzato ad Abu Dhabi sette dissalatori; recentemente ha sottoscritto con l’emirato un contratto per un nuovo dissalatore della capacità di cento milioni di galloni al giorno ed una centrale elettrica di 1.500 MW a Shuweihat, lungo la costa del Golfo Persico.
Ma non finiscono qua i flirt interessi italiani con Abu Dhabi. Nel luglio 2005, la maggiore società d’investimenti del governo, la Mubadala Development Company, ha acquisito il 5% del pacchetto azionario della prestigiosa scuderia automobilistica Ferrari, controllata in parte da Gemina-Fiat, al tempo maggiore azionista d’Impregilo. Successivamente è arrivato l’acquisto del 35% della Piaggio Aereo Industry, storico gruppo produttore di velivoli civili e militari. Mubadala è oggi uno dei maggiori partner internazioni del colosso dell’industria bellica statunitense Lockheed Martin.
Dopo l’automobilismo è arrivato il calcio. Dicevamo del Manchester City. Poi, a fine 2008, l’Abu Dhabi Sports Council, il ministero dello Sport nazionale, ha stipulato un accordo triennale con l’Inter Football Club di Milano per lo sviluppo del calcio giovanile nell’emirato e la formazione degli allenatori delle 5 squadre presenti sul suo territorio: Al Jazeera, Al Wahda, Al Ain, Baniyas, Al Dafra. È notizia di questi giorni il tentativo di scalata al Milan da parte dell’Abu Dhabi United Group for the Development and Investment.
Come se ciò non bastasse, ci sono le cointeressenze “indirette” in un’altra grande squadra del calcio italiano. L’Abu Dhabi Investment Authority possiede il 25% dell’Arab Banking Corporation (ABC), istituto finanziario d’eccellenza in Nord Africa e Medio oriente, con sede a Manama, Bahrain. Un altro 26% delle quote dell’ABC è in mano alla Central Bank of Lybia, la banca centrale dello stato nord africano. Partner strategico del governo di Gheddafi nell’implementazione del piano di privatizzazione di istituti finanziari ed imprese, l’Arab Banking Corporation detiene il 7,5% delle azioni della Juventus di Torino, più altri cospicui pacchetti di Unicredit, Fiat ed ENI.
Gheddafi è un altro leader arabo super corteggiato da Berlusconi & C. I capitali generati dall’export petrolifero fanno gola a banche, assicurazioni, società di costruzioni e produttori d’armi. E chissà che fanta-campionato ci aspetta con emiri e colonnelli a contendersi squadre, calciatori, allenatori e presidenti…
Antonio Mazzeo
fonte: a_mazzeo@yahoo.com
22:44
Scritto da: marcos1999
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Dal Canada allo Stretto via Arabia Saudita
Intanto però la mafia estendeva i suoi tentacoli sull’affare del secolo. Mentre il governo attraverso il suo ministro alle Infrastrutture invitava cittadini ed imprese a “convivere” con le organizzazioni criminali, alcuni faccendieri lanciavano l’assalto, per conto delle più potenti cosche mafiose d’oltreoceano, alla gara per il General Contractor del Ponte di Messina.
L’intrigata ragnatela di interessi viene svelata il 12 febbraio 2005 dalla stampa che pubblica la notizia dell’emissione di cinque provvedimenti di custodia cautelare per associazione per delinquere di stampo mafioso e delle perquisizioni in diverse città italiane.
I provvedimenti venivano notificati al boss Vito Rizzuto, capo dell’organizzazione legata ai mafiosi Cuntrera-Caruana e sospettato di rappresentare in Canada la “famiglia” Bonanno di New York (detenuto a Montreal e in attesa di estradizione), all’ingegnere Giuseppe Zappia (residente in Canada ma arrestato a Roma), al broker Filippo Ranieri (originario di Lanciano in Abruzzo), all’imprenditore cingalese Savilingam Sivabavanandan e all’algerino Hakim Hammoudi.
L’inchiesta (denominata “Brooklin”) coordinata dal capo della Dda di Roma Italo Ormanni e dal pm Adriano Iassillo, sulla base di numerose intercettazioni, ha individuato un’operazione concepita da Cosa Nostra per riciclare 5 miliardi di euro provenienti dal traffico di droga nella realizzazione del Ponte. Ad ordire le trame il boss Vito Rizzuto, originario di Cattolica Eraclea, figlio di Nicola “Nick” Rizzuto, personaggio eminentissimo della mafia internazionale.
Stando alle accuse dei magistrati romani, il mafioso italo-canadese si sarebbe avvalso dell’imprenditore Giuseppe Zappia che aveva capeggiato una cordata partecipante alla gara preliminare per il General Contractor, avviata dalla Società Stretto di Messina il 14 aprile 2004. Sei mesi più tardi, tuttavia, la “cordata Zappia” e un non precisato raggruppamento di aziende meridionali venivano escluse nella fase di pre-qualifica, perché non in possesso dei requisiti richiesti [50].
Zappia ha negato i contatti con la criminalità italo-canadese e a sua difesa ha prodotto un affidavit, una sorta di accordo sancito con una società, la Tatweer international company for industrial investiments, in mano ad uno dei principi della famiglia reale dell’Arabia Saudita [51]. I soldi per il Ponte, cioè, dovevano venire dagli immensi profitti del petrolio.
In realtà i faccendieri internazionali facevano la spola tra Canada e Arabia Saudita, intrecciavano inquietanti relazioni tra mafiosi e sovrani mediorientali, ed avviavano i contatti con i manager delle maggiori società di costruzione in corsa per il Ponte sullo Stretto. La mafia, consapevole delle loro difficoltà a reperire capitali freschi per avviare i lavori, dichiarava la propria disponibilità a metterceli lei e per intero.
Come ha evidenziato Stefano Lenzi, responsabile dell’Ufficio istituzionale del WWF Italia, “l’attuale salto di qualità vede la holding mafiosa mettere sul tavolo dei suoi rapporti con le imprese il suo ruolo di ‘intermediatore finanziario’, con enormi disponibilità economiche. Un mediatore che non ha nemmeno bisogno di condizionare il General Contractor per realizzare l’opera ‘con qualsiasi mezzo’, ma tenta, addirittura, di diventare esso stesso (attraverso le necessarie coperture) l’elemento centrale di garanzia del GC, che dovrà redigere la progettazione definitiva ed esecutiva e realizzare l’infrastruttura”. [52]
Ma più di tutto, l’establishment criminale coglie l’alto valore simbolico del Ponte e comprende che finanziando e realizzando la megaopera è possibile ottenere nuova legittimazione istituzionale e sociale.
“Se la mafia è in grado di costruire il ponte, ben venga la mafia”, ha dichiarato incautamente il più alto dirigente della Stretto di Messina in un’intervista a Sciuscià, diretta da Michele Santoro. L’invito-provocazione sarà raccolto. “Quando farò il ponte – dirà in una telefonata l’imprenditore Zappia – con il potere politico che avrò io in mano, l’amico (il boss Rizzuto ndr) lo faccio ritornare…”.
A fine 2005 i giudici di Roma hanno deciso il rinvio a giudizio degli indagati dell’operazione Brooklin. Dal procedimento è rimasto fuori il braccio destro dell’anziano imprenditore, Sivalingam Sivabavanandan, che nel corso dell’udienza preliminare ha preferito patteggiare una condanna a due anni di reclusione.
Il dibattimento ha preso il via presso il Tribunale di Roma, lo scorso 19 marzo. Senza che la Società Stretto di Messina abbia avvertito il dovere di costituirsi parte civile.
Inviato da Luigi D'Angiulli.
22:42
Scritto da: marcos1999
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ACQUA, ISTANBUL: BRUTTO VERTICE, MA ABBIAMO FATTO UN BUON LAVORO!
di Roberto Musacchio (Parlamentare europeo GUE/NGL ) e Emilio Molinari (Contratto mondiale dell'acqua)
Di solito non si fanno comunicati congiunti tra chi sta nei movimenti e chi nelle istituzioni. Ma questa volta facciamo una eccezione e vogliamo associare alle nostre firme anche quella di Irma Dioli assessore alla cooperazione della Provincia di Milano per il ruolo svolto nel coordinamento nel Forum delle autorità locali.
E Marco Marincic assessore Provinciale di Gorizia, Mario Agostinelli consigliere della Regione Lombardia per i rapporti con il Controforum e Acqua Pubblica Europea per essere stata un riferimento per le imprese pubbliche che intendono mettersi in rete e svolgere un ruolo politico internazionale.
Produciamo questo fatto per segnalare che movimenti e politica possono lavorare assieme, ognuno nella propria autonomia, ma con comuni obbiettivi, un'unica strategia e conseguire dei risultati.
Lo facciamo convinti che questa è stata la grande novità che di Istanbul e che quando si realizzano queste condizioni, oltre ai risultati si producono cambiamenti della cultura politica, l'attivazione di nuovi soggetti e nuove reti permanenti: di amministratori locali, di parlamentari, di imprese pubbliche.
Ma veniamo al Forum Mondiale. E' stato un buco nell'acqua?
Usiamo un'espressione ironica per un tema drammatico, per porci l'interrogativo su cosa cambia dopo la settimana del 5° World Water Forum di Istanbul.
Certo le multinazionali hanno per la quinta volta imposto le loro volontà ma tutto non è più come prima. Per merito innanzitutto dei movimenti che hanno realizzato carovane, portando alla ribalta internazionale la questione delle dighe e dei Curdi, manifestazioni e contro vertici, rafforzando le reti dell'acqua nel mondo.
Non era né facile né scontato stante anche le difficoltà in loco, qualche divisione tra i movimenti locali e l'imponente spiegamento di forza di polizia.
Invece tutto è andato al meglio.
La rete è ormai forte e capace d'iniziativa costante . L'intreccio tra movimenti sociali, sindacati, comunità locali, in questa occasione si è consolidato ed esteso su scala globale. E' andata crescendo l'interlocuzione con gli amministratori locali e il Parlamento Europeo, che ha ospitato negli ultimi anni tre appuntamenti mondiali del movimento dell'acqua, nella propria aula magna.
E poi con i governi dell'America Latina che ormai hanno fatto dell'acqua e il suo diritto la base della loro iniziativa e della riscrittura delle costituzioni. Si è realizzato dunque un lavoro dentro/fuori il vertice ufficiale che ha contribuito a metterne a nudo la natura inaccettabile del governo privato dell'acqua e il fallimento della politica mondiale.
Già perché il Water Forum è una struttura privata che vive nel vuoto lasciato dai tempi del vertice sulla terra del 92 a Rio quando, mentre l'Onu realizzava e gestiva tre grandi convenzioni (Clima, biodiversità e desertificazione) , l'acqua non veniva inserita ma delegata appunto ad una istituzione privata e dominata dalle multinazionali. E' da qui che nasce la sua iniziativa e il profilarsi di una grande questione: la mercificazione universale dell'acqua, punto drammatico di crisi e occasione di potere geopolitico ed economico. Di fronte all'abdicazione delle istituzioni le multinazionali diventano il luogo d'ispirazione delle politiche dell'acqua, cooptando in modo subalterno i parlamenti e la democrazia.
La natura del Forum Mondiale è oggettivamente incompatibile con il punto cardine della nostra richiesta di definire il diritto umano all'acqua.
Così, ancora una volta nella risoluzione finale si parla di bisogno e non di diritto.
Ma questa volta il diritto è entrato nel forum.
Grazie ai movimenti che hanno fatto sentire la loro voce dall'esterno.
Ma anche con gli interventi dei parlamentari degli amministratori locali della rete del FAL e dei governi latinoamericani e per la prima volta di qualche governo europeo.
La stessa delegazione parlamentare europea ha interpretato la risoluzione votata, particolarmente ambigua, in una forma più avanzata considerando e dichiarando il diritto all'acqua richiesta in una risoluzione del 2006 dal Parlamento europeo.
Non a caso alla dichiarazione finale assai brutta s'accompagnano due altre risoluzioni firmate da 7 e da 20 governi che chiedono il diritto all'acqua (la prima), il superamento del Forum privato e l'affidamento della materia all'Onu. Lo stesso Parlamento europeo chiede che di acqua ce se ne occupi anche a Copenhagen e cioè in ambito ONU, quando si tratterà di lanciare il dopo Kyoto. Copenhagen diventa quindi il più ravvicinato appuntamento istituzionale anche per il popolo dell'acqua.
22:39
Scritto da: marcos1999
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Aumentano le violazioni dei diritti umani in Birmania
Associazione per i popoli minacciati / Comunicato stampa in
www.gfbv.it/2c-stampa/2009/090325ait.html
Birmania
Aumentano le violazioni dei diritti umani in Birmania - La "democrazia" alimenta i conflitti nelle regioni delle minoranze
Bolzano, Göttingen, 25 marzo 2009
Le elezioni programmate per il 2010 dalla giunta militare birmana stanno innescando un'ondata di violenze e guerra nel paese multietnico. Secondo le informazioni giunte all'Associazione per i Popoli Minacciati (APM), sembra che le nazionalità non-birmane si stiano preparando per una intensificazione del conflitto in corso, non essendo disposte a piegarsi ai diktat della giunta militare e a deporre le armi come previsto dalla cosiddetta "Roadmap per la democratizzazione" enunciata dal governo militare. La maggior parte dei movimenti di liberazione hanno rifiutato di essere integrati nelle milizie governative e di istituire, sotto il controllo della giunta, nuovi partiti politici che dovrebbero partecipare a quelle che per ora sono considerate elezioni farsa. Essi ribattono che gli armistizi firmati da 17 movimenti di liberazione a partire dal 1989 non parlano in nessun punto di deposizione delle armi.
Per le diverse nazionalità non birmane, che dal 1948 lottano per maggiori diritti in uno stato federale, la presunta democratizzazione finora ha comportato solo nuove sofferenze. Nel maggio 2008 la giunta militare birmana ha inscenato un referendum per l'approvazione di una nuova costituzione che continua però a ignorare i diritti delle nazionalità non-birmane del paese. Pochi giorni prima l'uragano Nargis aveva colpito la parte sudoccidentale del paese causando 120.000 morti. Le elezioni farsa servono ora alla giunta militare per consolidare il proprio potere. In considerazione della prevedibile catastrofe elettorale, l'invito a partecipare alle elezioni rivolto alle diverse nazionalità dai politici europei e dalle organizzazioni umanitarie diventa irresponsabile.
Per quanto riguarda la questione birmana, l'Europa evidentemente parla a più voci nonostante nel paese continui a peggiorare la situazione dei diritti umani. Il numero dei prigionieri politici è raddoppiato fino a superare le 2.000 persone negli scorsi 18 mesi. L'amnistia di febbraio 2009 ha rimesso in libertà 6.313 detenuti, di cui solo 23 erano però detenuti politici. Oltre 700.000 persone appartenenti alle diverse nazionalità sono in fuga dal regime militare e l'esercito ha finora distrutto diverse migliaia di villaggi. Nel conflitto contro le nazionalità non-birmane, l'esercito regolare ha utilizzato bambini soldato e violenza sessuale come armi da guerra. Nonostante il divieto ufficiale, nel 2008 ha continuato ad aumentare anche il numero dei lavoratori forzati, soprattutto a servizio dell'esercito.
In considerazione di questo bilancio, la richiesta di revocare il blocco economico contro il paese diventa incomprensibile. Non sono le sanzioni economiche a essere responsabili del peggioramento della situazione nel paese ma gli stessi potenti che sfruttano il paese e le sue risorse unicamente per il proprio tornaconto. I ministri in carica stanno istituendo dei veri e propri complessi economici a nome proprio e dei familiari e chiedono esose tangenti agli investitori stranieri. Il bilancio commerciale birmano per l'anno finanziario 2007/2008 segna un positivo di 3,2 miliardi di dollari, di cui nulla però è stato investito nel paese o a favore della popolazione. Mentre la popolazione birmana continua a impoverirsi, il dittatore Than Shwe ha fatto costruire una nuova capitale costata 4 miliardi di dollari, in occasione del matrimonio della figlia ha speso 50 milioni di dollari e ha speso due miliardi di dollari per acquistare armi dalla Cina.
22:36
Scritto da: marcos1999
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venerdì, 13 marzo 2009
Filippine: il regime Arroyo si macchia di un altro vergognoso crimine
Filippine: il regime Arroyo si macchia di un altro vergognoso crimine.
Traduciamo e diffondiamo il comunicato stampa di Luis G. Jalandoni, presidente del Gruppo di Negoziato del Fronte Democratico Nazionale delle Filippine, dove si denuncia un altro crimine infame del regime di Gloria Macaugal Arroyo. Preghiamo il compagno Jalandoni di comunicare alla famiglia della giovane uccisa la solidarietà a nome del nostro Partito. Siamo certi che anche questo crimine sarà punito, e che la giustizia del popolo trionferà.
Partito dei CARC – Settore delle Relazioni Internazionali
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COMUNICATO STAMPA
del presidente LUIS G. JALANDONI
Gruppo di Negoziato
Fronte Democratico Nazionale delle Filippine
6 marzo 2009
Il Fronte Democratico delle Filippine condanna nel modo più assoluto il sequestro e l’uccisione efferata della ventenne Rebelyn Pitao, figlia di Leoncio Pitao, comandante del Nuovo Esercito del Popolo. Riteniamo la presidente Gloria Arroyo ed il segretario esecutivo, il General Edoardo Ermita, responsabili della vigliacca violazione del diritto alla vita di Rebelyn Pitao. Si tratta, nel contempo, di una sfacciata violazione dell’Accordo Globale sul Rispetto dei Diritti Umani e del Diritto Umanitario Internazionale (CARHRIHL).
Il desiderio diabolico frustrato del presidente Arroyo e del generale Ermita, di sconfiggere il Nuovo Esercito del Popolo e, in particolare, di uccidere o catturare il comandante Parago, nome di guerra di Leoncio Pitao, li ha portati a violare pesantemente il diritto umanitario internazionale ed il CARHRIHL. Nel giugno dello scorso anno, il fratello del comandante Parago, Danilo, è stato rapito ed ucciso a Tagum.
Ora sua figlia Rebelyn, insegnante al College San Peter di Toril, nella città di Davao, è stata rapita da due uomini armati alle 18.30 del 4 marzo 2009, all’incrocio della Suddivisione di Bago Gallera de Oro nella città di Davao. Gli uomini armati hanno minacciato l’autista del mezzo su cui viaggiava Rebelyn, Danny E. Pelicano, hanno preso con la forza la ragazza e l’hanno obbligata a salire su un furgone bianco.
Ieri, alle 18.30, è stato ritrovato il suo cadavere che galleggiava su un fiume, con segni di tortura.
Quest’ultima violazione vergognosa dei diritti umani da parte del regime Arroyo e la sua continua violazione degli accordi di pace, incluso il CARHRIHL, e dell’Accordo Comune sulla Sicurezza e le Garanzie di Immunità, l’arresto recente e la tortura del collaboratore del NDFP, Eduardo Sarmiento, e la detenzione continua dei collaboratori del NDFP, Randall Echanis, Elizabeth Principe, Angie Ipong e Glicerio Pernia, tra gli altri, rendono insostenibili i colloqui di pace con il regime Arroyo.
Il presidente Gloria Arroyo, il generale Edoardo Ermita e gli altri servitori del regime Arroyo devono essere considerati responsabili e colpevoli per la vile uccisione di Rebelyn Pitao, ed anche per le molte altre violazioni dei diritti umani contro il popolo filippino,.
Il sangue di Rebelyn è sulle mani del presidente Arroyo e del generale Ermita!
Presidente Luis G. Jalandoni,
Gruppo di Negoziato del Fronte Democratico Nazionale delle Filippine
20:48
Scritto da: marcos1999
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