lunedì, 08 giugno 2009
Gli economisti alla sbarra "Non hanno compreso la crisi"
domenica 31 maggio 2009 alle ore 17.35
Al Festival dell'Economia di Trento un "tribunale" giudicherà gli studiosi
accusati di non aver seguito gli sviluppi della finanza. Chiesta la condanna a 7 anni.
Applicavano regole vecchie a un sistema che in pochi anni era stato rivoluzionato?
Oppure sono stati Cassandre inascoltate, e le colpe del collasso sono altrove?
dal nostro inviato ROSARIA AMATO
TRENTO - Gli economisti sono colpevoli di non aver previsto la crisi economica innestata dai mutui subprime? Perché non hanno denunciato le anomalie e le distorsioni del mercato che hanno portato alla recessione l'intero pianeta? Perché non avevano le conoscenze necessarie per rendersene conto, è la tesi dell'economista Roberto Perotti, professore alla Bocconi, ex consulente della Banca Mondiale e della Banca Centrale Europea.
A Perotti è toccato l'ingrato compito di sostenere la pubblica accusa nel processo che stamane a Trento, al Festival dell'Economia, si è tenuto contro gli studiosi. La difesa è stata sostenuta da un altro economista, Luigi Guiso, professore all'European University Institute di Firenze, che ha chiamato a testimoniare due colleghi, Nicola Persico e Nouriel Roubini, celebrato proprio perché invece lui la crisi l'aveva prevista eccome, però lanciare l'allarme per tempo non è servito a nulla.
Questo perché, ha sostenuto Guiso davanti alla giuria, costituita da studenti della Facoltà di Economia di Trento, prevedere le crisi non è come prevedere i terremoti: "I collassi finanziari, a differenza delle città, non sono evacuabili". E quindi, paradossalmente, "Se anche gli economisti avessero potuto prevedere la crisi...forse sarebbe stato meglio non dirlo: l'unico risultato che avrebbero ottenuto sarebbe stato di anticipare il collasso".
Accusa e difesa, nel tribunale allestito nella Sala Depero del Palazzo della Provincia, si sono comunque trovati d'accordo su una tesi: la crisi in senso stretto non era prevedibile, nel senso che conoscere il giorno, o il periodo preciso nel quale l'economia subisce un tracollo, uno shock violento, è impossibile, così come lo è conoscere in anticipo il giorno e l'ora di un terremoto. E quindi in questo senso ha torto chi, come hanno fatto anche diversi esponenti politici, punta il dito contro gli economisti.
Ma qui finiscono le analogie tra accusa e difesa. Secondo Perotti gli economisti sono senz'altro da condannare (anche se la condanna chiesta non è troppo pesante, "sette anni di reclusione, perché con meno di cinque anni in Italia non si va neanche in galera, e almeno un anno al fresco gli economisti se lo meritano"), perché, quando la crisi è esplosa, hanno continuato ad annaspare: non ne hanno compreso appieno le ragioni, non hanno saputo indicare le vie per affrontarla al meglio. E la ragione è semplice: non conoscevano a sufficienza, o forse non conoscevano affatto, il mondo della finanza. I subprime e le loro evoluzioni, i problemi legati alla senior tranche, le mille vie delle cartolarizzazioni per cui i titoli diventavano irriconoscibili persino agli stessi emittenti.
Una finanza di carta, misteriosa persino per chi avrebbe avuto tutta la convenienza oltre che il dovere di conoscerla a fondo, dal momento che su essa poggiavano le proprie personali fortune, oltre che le sorti del sistema finanziario e in definitiva dei paesi: i manager delle banche, delle società finanziarie, i broker. Doppia colpa per gli economisti: non aver capito che il bandolo della matassa era stato perso da quegli stessi che avevano iniziato a dipanarla. "Negli ultimi anni c'era stata un'enorme evoluzione del mercato del credito - ha dichiarato Perotti, in un sofferto e interminabile J'accuse, rivolto anche a se stesso ("neanch'io avevo capito niente") - che aveva dato luogo a un vero e proprio sistema bancario ombra, che si finanziava con strumenti nuovi ad alto rischio, a scadenza giornaliera. Al tempo stesso, le banche erano arrivate a detenere una sempre maggiore quantità di titoli cartolarizzati".
Mentre gli economisti dormivano sonni tranquilli, ha ricostruito Perotti, ritenendo che i manager sapessero quello che stavano facendo, e che le istituzioni finanziarie fossero nelle mani di illustri studiosi, a cominciare da Ben Bernanke, a capo della Federal Reserve Usa, il sistema finanziario accumulava tossine che a un certo punto hanno provocato il collasso, unite alla bolla immobiliare. "Non ci eravamo resi conto che questi titoli erano molto più rischiosi di quello che pensassimo". Peggio, neanche le banche se n'erano rese conto: "Credevamo di essersi assicurate, e lo erano, per il rischio singolo, non certo contro un problema sistemico".
Insomma, il mondo era cambiato in pochissimo tempo, e gli economisti applicavano regole pensate per situazioni ormai morte e sepolte, come la Taylor rule, uno dei principi cardine della politica monetaria. "Oltre a non comprendere cosa stava succedendo nel mercato del credito - ha concluso Perotti - siamo stati incapaci di comprendere le conseguenze del tracollo per il mondo dell'economia". E infine, non hanno neanche fatto autocritica. Condanna, senza appello.
Una tesi condivisa dal giornalista Roberto Petrini, che stamane ha presentato al Festival dell'Economia il suo ultimo libro, che s'intitola proprio "Processo agli economisti": "Ci si ostina a considerare la finanza come un mero insieme di dati, di modelli, di equazioni matematiche. Un atteggiamento miope che impedisce di vedere più lontano". E da Nouriel Roubini, che ha sottolineato come è difficile che un economista abbia una visione così ampia che vada dalla macroeconomia alla finanza, l'unica però che avrebbe potuto permettere di prevedere in qualche modo le conseguenze di un mercato drogato.
Ovviamente opposta la tesi della difesa, secondo la quale molti economisti hanno invece previsto la crisi. Soprattutto, l'hanno prevista gli studiosi ai quali le istituzioni finanziarie internazionali avevano dato il compito di monitorare il mercato, a cominciare da Raghuram Rajan, capoeconomista del Fondo Monetario Internazionale. O la meno famosa Jane Eberly, macroecononista statunitense che diversi anni prima dell'esplosione della crisi aveva pubblicato uno studio dal titolo eloquente: "Il credito al consumo sarà il tallone d'Achille dell'economia americana?". E, tra gli italiani, il governatore della Banca d'Italia Mario Draghi. Il torto, secondo il testimone Nicola Persico, è di non avere ascoltato queste autorevoli voci, e di essersi affidati invece a soggetti molto meno adatti a dare consigli in materia.
Guiso ha citato economisti che ammonivano i banchieri: "Come si chiede a un padre se sa dove siano i suoi figli, si chiedeva ai senior manager se sapessero chi e dove deteneva i loro rischi". Accusare gli economisti, ha osservato Guiso, fa gioco ai politici: meglio zittire una categoria che non fa altro che pontificare sulla spesa pubblica e sulla politica economica, spesso criticando le scelte di chi governa. Al massimo, ha concluso nella sua arringa, gli economisti si meritano uno scappellotto, non certo una condanna alla detenzione...
La sentenza verrà resa pubblica domani a mezzogiorno. E subito dopo in tribunale la corte giudicherà altre due categorie fortemente sotto accusa per non aver saputo governare la crisi: i controllori e i politici.
(30 maggio 2009)
14:31
Scritto da: marcos1999
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sabato, 07 marzo 2009
PEGGIORE DELLA GRANDE DEPRESSIONE
PEGGIORE DELLA GRANDE DEPRESSIONE
DI KRASSIMIR PETROV
GoldSeek.com
I media mainstream e Wall Street sono riusciti a convincere che l’attuale crisi del credito è la peggiore dal [Secondo] Dopoguerra. L’affermazione di George Soros, secondo cui “il mondo affronta la peggiore crisi finanziaria dalla Seconda Guerra Mondiale” riassume il giudizio collettivo. La crisi è al momento l’ultimo capro espiatorio di tutti i mali economici che attualmente affliggono il sistema finanziario e l’economia globali – dal crollo dei mercati azionari alla scarsità di cibo nei paesi del Terzo mondo. Ci viene ripetutamente assicurato che l’ultimo crollo ha a che fare con la crisi del credito stessa; se non ci fosse la crisi del credito, tutte queste cose terribili non sarebbero mai successe nell’economia e nei mercati finanziari.
La cosa più straordinaria è che i media mainstream non hanno mai provato a paragonare l’attuale situazione economica con quella che ha preceduto la Grande Depressione. In sintesi, si dà per scontato che la Grande Depressione non potrà verificarsi nuovamente, evitando così il bisogno di un confronto del genere. Io credo in verità che i fondamenti macroeconomici siano oggi peggiori, siamo quindi di fronte ad un lungo periodo di depressione economica – una depressione peggiore della Grande Depressione, una depressione che probabilmente sarà ricordata nella Storia come “La Seconda Grande Depressione” o la Più Grande Depressione [The Greater Depression], come l’ha giustamente chiamata Doug Casey. Di seguito trovate le ragioni per le quali credo che questo sia il caso.
La Ripetizione degli Errori della Grande Depressione
Alla propria base, la situazione del 1990 e la risposta della Fed alla bolla tecnologica e della comunicazione ha creato un ambiente economico che ha incoraggiato la ripetizione di errori molto simili a quelli che hanno condotto alla Grande Depressione. Qui di seguito viene presentato una breve sintesi degli errori ampiamente riconosciuti commessi negli anni ’20, senza andare nei dettagli, con chiari parallelismi nell’attuale situazione economica:
· Bolle degli asset – inizialmente nel mercato azionario durante gli anni ’90, poi nel mercato immobiliare durante gli anni 2000, rispecchiando notevolmente le bolle nel mercato azionario ed immobiliare degli anni ’20.
· Cartolarizzazione – benché non nell’assai “ultra-moderna” forma degli anni 2000, con lo spezzettamento e l'affettamento dei blocchi e delle tranche di seniority, è stato ampiamente riconosciuto negli anni ’30 il fatto che la cartolarizzazione durante gli anni ’20 abbia dato il via all’effetto domino nel sistema finanziario statunitense durante la Grande Depressione.
· Rapporto di indebitamento eccessivo – come nel 2008 l’argomento del giorno è la riduzione del rapporto d’indebitamento [“deleveraging”], così il dipanamento della riduzione del rapporto d’indebitamento durante gli anni ’30 è stato alla base di liquidazioni forzate e problemi finanziari. Naturalmente, era molto chiaro a quei tempi che la radice del problema non era la riduzione del rapporto d’indebitamento di per sé, ma l’eccessivo rapporto d’indebitamento che si era formato prima del processo di riduzione. I fondi di investimento furono determinanti sia nella cartolarizzazione sia nell’eccessivo rapporto d’indebitamento, come gli odierni Hedge Fund.
· Controllori corrotti – sappiamo bene che le Enron e le Worldcom sono state aiutate e hanno avuto come complici le società contabili – quelle stesse aziende che si riteneva fossero i controllori della comunità finanziaria, e che invece hanno approfittato notevolmente del boom evitando di svolgere le loro funzioni di controllo. Nell’attuale crisi finanziaria, sappiamo inoltre che le agenzie di rating si sono anch’esse arricchite durante il boom. Molto simili erano le problematiche durante gli anni ’20, che hanno spinto all’istituzione della SEC e di altri enti regolatori per sostituire i malfunzionanti “controllori” dell’epoca.
· Ingegneria finanziaria – siamo spinti a credere che l’ingegneria finanziaria sia un fenomeno abbastanza recente, germogliato durante la Nuova Era della Finanza degli ultimi 15 anni, in realtà l’ingegneria finanziaria era prevalente negli anni ’20 con obiettivi molto chiari, oggi molto familiari a tutti: 1) eludere regole restrittive, 2) incrementare l’indebitamento e 3) rimuovere le passività dai libri contabili.
· Regole datate – come al sistema dei controlli sfuggirono gli eventi degli anni ’20, e le regole furono introdotte solo dopo che la Grande Depressione ebbe distrutto il sistema finanziario statunitense, così siamo pronti a vedere nuove regole che si occupino delle cause dell’attuale crisi. Comprensibilmente, le regole avrebbero dovuto prevedere gli odierni problemi finanziari e avrebbe$ro dovuto essere introdotte prima della crisi.
· Ideologia di mercato – negli anni ’20, come negli ultimi due decenni, l’ideologia di mercato del laissez faire, che Soros ha descritto in modo abbastanza appropriato come “fondamentalismo di mercato”, è dilagata nei mercati finanziari. Naturalmente, il libero mercato sa cosa è meglio, ma la realtà che il mercato monetario non è veramente libero – quando la Fed determina il costo del denaro (tassi d’interesse), e può cambiare questo costo per tutto il tempo che vuole, allora ogni genere di squilibrio finanziario può essere sostenuto senza le regole imposte dal mercato. Questo può condurre a tutti i generi di problemi con cui abbiamo a che fare attualmente.
· Mancanza di trasparenza – negli anni ‘30, era ampiamente riconosciuto il fatto che le aziende e in modo particolare le istituzioni finanziarie mancavano di trasparenza, che consentì a squilibri ed abusi di accumularsi. Oggi i mercati e le istituzioni finanziarie hanno intenzionalmente compromesso la trasparenza attraverso una serie di ingegnose, o meglio in malafede, astuzie contabili ed espedienti finanziari, come somme di denaro lasciate fuori dal bilancio, derivati di difficile comprensione e strumenti poco chiari di straordinaria complessità. Oggi i direttori generali e i responsabili dei rischi dei principali istituti finanziari non possono calcolare la propria esposizione ai rischi. In origine la mancanza di trasparenza era stata concepita per raggirare i mercati; ironicamente, i direttori finanziari odierni sono giunti al punto di raggirare se stessi.
Peggiore della Grande Depressione
Quindi, perché Peggiore della Grande Depressione? Cosa mi fa credere che l’attuale depressione sarà peggiore della Grande Depressione? Illustrerò i sei fondamenti più importanti che si riflettono già nei mercati finanziari e che fanno pensare ad una Più Grande Depressione.
1. Sopravvalutazione del settore immobiliare. Il mercato immobiliare è stato guidato da una serie di innovazioni nella finanza immobiliare. La sopravvalutazione nel mercato immobiliare implica una sopravvalutazione degli strumenti di finanza immobiliare; un’implosione dei prezzi immobiliari comporta un’implosione nell’ambito di questi strumenti. È ampiamente riconosciuto dagli economisti il fatto che l’Indice Case-Shiller sia un buon indicatore dei prezzi del mercato immobiliari. Un grafico ampiamente riconosciuto che va dal 1890 al 2007 racconta come è andata. Il grafico rende molto chiaro il fatto che l’attuale sopravvalutazione del mercato immobiliare supera all’incirca quella degli anni ’20. La futura rettifica nel mercato immobiliare si protrarrà a lungo e sarà tale da torcere le budella, con un effetto cumulato atteso che è molto peggiore rispetto alla Grande Depressione.
[Indice dei Prezzi Immobiliari Reali 1890-2007 (Indice di riferimento al 1890 pari a 100]
2. Credito totale degli USA. Il credito crea indebitamento: più credito vi è nel sistema finanziario, maggiore è l’indebitamento di quest’ultimo. L’attuale credito totale degli USA rispetto al PIL ha superato in modo significativo i livelli che precedevano la Grande Depressione. A quei tempi, l’ammontare totale del credito nel sistema finanziaria raggiungeva quasi un sorprendente 250% del PIL. Utilizzando oggi lo stesso standard di misurazione, il livello del debito nel sistema finanziario statunitense ha superato il 350% nel 2008, mentre il livello del 1982 era pari “solo” al 130%. Come ha affermato in modo abbastanza appropriato Charles Dumas del Lombard Street Research, “abbiamo avuto un trentennio di crescita dell’indebitamento degli Stati Uniti, giungendo alla fine ad un’orgia sfrenata”.
Il grafico qui sotto mostra il drammatico incremento del debito (indebitamento) negli anni ’20 ed una riduzione dell’indebitamento dal 1930 al 1945 (o 1952). Poi esso mostra una consistente crescita del debito avvenuta successivamente, con un drammatico incremento dagli anni ’90, e con un superamento nel 2000 del precedente picco del 1929. Il grafico mostra il livello del 299% alla fine del 2005, ma il livello ha già raggiunto il 350% nel 2008.
[Debito Totale del Mercato del Credito (tutti i settori) in percentuale del PIL]
Naturalmente, alla crescita del rapporto d’indebitamento, come già affermato in precedenza, deve necessariamente fare seguito una sua riduzione.
Il modo migliore per capire cos’è l’indebitamento è confrontarlo con l’assunzione di droghe, mentre la riduzione dell’indebitamento è come una disintossicazione. Il problema non è che la disintossicazione uccide il paziente che ha fatto abuso di droga per anni; quello che uccide veramente il paziente è l’abuso di droga stesso.
Tuttavia, una cosa è chiara: il paziente deve affrontare una disintossicazione dolorosa o morire; lo stesso vale per il sistema finanziario, deve ridurre l’indebitamento o implodere.
3. Esplosione dei derivati. I derivati sono stati paragonati da Warren Buffet a “armi finanziarie di distruzione di massa”. L’ammontare figurativo del totale dei derivati, così come quello dei “Value at Risk” (VaR), è andato alle stelle negli ultimi anni con il potenziale rischio di destabilizzare il sistema finanziario per decenni. Su un piano più allegorico, i derivati pendono come una spada di Damocle sul sistema finanziario.
È difficile effettuare un confronto con gli anni ’20, gran parte dei derivati erano a quei tempi utilizzati in modo esteso, tuttavia non erano ampiamente compresi. Dato che non sono a conoscenza di statistiche sui derivati riguardanti gli anni ’20, un confronto significativo basato su dati quantitativi è certamente impossibile. Ciononostante, vorrei azzardarmi a fare un’ipotesi intelligente, in base alla quale la dimensione odierna dei derivati è centinaia se non migliaia di volte maggiore rispetto alle dimensioni dell’economia in confronto agli anni ’20. Alcuni degli ultimi rapporti indicano che il valore figurativo totale supera sorprendentemente in un quadrilione di dollari. In prospettiva, esso ammonta a circa 100 volte il PIL dell’economia statunitense.
Il grafico qui di seguito mostra l’esplosione dei derivati nel sistema bancario statunitense. Si può vedere come nel 1991 il valore figurativo totale era equivalente a circa alle dimensioni del PIL statunitense. Nel 2006 le dimensioni erano cresciute 10 volte il PIL, superando ampiamente le dimensioni dell’economia reale.
[Esposizione del Sistema Bancario USA (migliaia di miliardi di dollari): mercato dei derivati (valore figurativo totale, istogramma blu), contratti sui tassi di interesse (istogramma rosso)]
Il grafico sottostante fornisce un quadro più dettagliato. Esso mostra il PIL mondiale e il valore figurativo mondiale dei derivati. Ancora una volta, benché non sia possibile alcun confronto con gli anni ’20, è chiaro come l’ammontare complessivo dei derivati sia cresciuto enormemente durante gli ultimi due decenni e come esso presenti rischi inesistenti all’inizio della Grande Depressione. La crescita di questi derivati può essere paragonata solo ad un’esplosione nucleare nel sistema finanziario.
[PIL mondiale (linea) paragonato al valore figurativo mondiale del mercato dei derivati (istogramma)]
4. Il rapporto Dow-Gold . Il rapporto Dow-Gold rappresenta il più importante rapporto tra i prezzi relativi degli asset finanziari e gli asset reali. La componente legata al Dow rappresenta la valutazione degli asset finanziari; la componente legata all’oro quella degli asset reali. Quando il rapporto d’indebitamento nel sistema finanziario aumenta in modo significativo, lo stesso succede al rapporto. Un rapporto molto alto è interpretato come uno squilibrio tra gli asset finanziari e quelli reali – gli asset finanziari sono più o meno sopravvalutati, mentre quelli reali sono più o meno sottovalutati. Esso implica anche che una correzione si renderà alla fine necessaria – o attraverso la deflazione, che implica una riduzione del rapporto d’indebitamento e un crollo del mercato azionario, o attraverso l’inflazione, che comporta un mercato azionario stagnante per molti anni ed una costante crescita dei prezzi degli asset reali, delle materie prime e dell’oro, abitualmente associata con un’economia stagnante e che normalmente sfocia nella stagflazione. Il primo caso – la deflazione – si è verificato negli anni ’30, mentre il secondo caso – la stagflazione – negli anni ’70.
Il grafico di seguito illustra i concetti precedenti. All’assai elevato Rapporto Dow-Gold Ratio del 1929 ha fatto seguito la Grande Depressione, mentre ad un più alto livello, registrato nel 1966, hanno fatto seguito gli anni ’70, contrassegnati dalla stagflazione. È evidente dal grafico che il picco del 2000 ha sorpassato i due picchi precedenti del 1929 e del 1966, c’è quindi da aspettarsi ragionevolmente che il prossimo ritorno alla “normalità” sarà più doloroso rispetto alla Grande Depressione, almeno in termini di disagi cumulati nei prossimi 10-15 anni.
[Rapporto tra l'indice Dow e il valore dell'oro dal 1800 a oggi]
5. Bolle globali. È impossibile fare un paragone diretto con gli anni ’20, ma oggi l’economia globale è piena di bolle. Tornando agli anni ’20, gli USA avevano le loro bolle finanziarie e immobiliari, mentre le economie europee faticavano a riprendersi dalle devastazioni della Prima Guerra Mondiale, che si era conclusa nel 1919. Personalmente, non sono a conoscenza di altre bolle durante questo periodo, tuttavia accoglierò volentieri le reazioni dei lettori su questo tema.
Oggi la situazione è molto diversa. L’economia statunitense ha una bolla del mercato azionario e di quello immobiliare che ha superato quella degli anni ’20. Gli attuali colossali deficit contabili statunitensi hanno foraggiato una crescita straordinaria nelle riserve monetarie globali. Come risultato di ciò, l’Europa ha bolle immobiliari lungo i propri confini, dal Regno Unito e dall’Irlanda, attraverso il Mediterraneo (Spagna, Francia, Italia e Grecia), fino all’intera regione baltica (Lettonia, Lituania ed Estonia) e ai Balcani (Romania e Bulgaria). Peggio ancora è andata a molti paesi asiatici (Cina, Corea ecc.) che hanno anch’esse avuto le loro bolle finanziarie e immobiliari, con la sola eccezione del Giappone, che è ancora in una fase di ripresa da quella avuta negli anni ’80. Quindi, durante gli anni ’20 solo gli Stati Uniti hanno sofferto grossi squilibri finanziari, mentre oggi gli squilibri hanno travolto il mondo intero – sia quello sviluppato che quello in via di sviluppo. È ragionevole pensare che gli squilibri globali che si stanno dipanando saranno probabilmente più dolorosi oggi rispetto a quanto lo furono durante la Grande Depressione, a causa sia delle dimensioni che degli ambiti.
6. Il collasso della Seconda Bretton Woods. Il sistema monetario globale si basava su un quasi-gold standard durante gli anni ’20. A quell’epoca dollari e sterline erano convertibili in oro, mentre tutte le altre valute erano convertibili in dollari e sterline. Un modo appropriato per riferirsi ad esso è considerarlo un precursore degli accordi di Bretton Woods esistenti tra il 1945 e il 1971. Quello che è importante da comprendere è che mentre il sistema era a corso forzoso in natura, l’oro impose limitazioni significative all’espansione del credito e all’indebitamento.
In qualche modo simile fu il ruolo di Bretton Woods, che si protrasse al 1945 al 1971. Il dollaro fu legato all’oro, mentre le altre valute a corso forzoso furono legate al dollaro. Come nel periodo tra le due Guerre Mondiali, l’oro impose dei limiti agli squilibri creditizi e finanziari.
Attualmente viviamo in quella che è stata chiamata Seconda Bretton Woods. Sostanzialmente, questo è un puro standard a corso forzoso del dollaro, dove tutte le valute sono convertibili in dollari, a tassi di cambio fissi o variabili, mentre il dollaro è convertibile in “nulla”. Perciò, il dollaro non ha alcune limite impostogli dall’oro, perciò senza la disciplina dell’oro, l’attuale sistema monetario globale ha accumulato in modo significativo più squilibri che mai nel moderno capitalismo. Questi squilibri compaiono nel sistema monetario internazionale sottoforma di insostenibili deficit (e surplus) commerciali, riserve ufficiali di dollari in alcune banche centrali europee ed asiatiche alle stelle, e la proliferazione dei Fondi Sovrani; più in generale, questi squilibri si manifestano in una miriade di bolle, sovrindebitamenti, ed altre problematiche di cui si è già discusso in precedenza.
Attualmente la Seconda Bretton Woods è nella sua fase di disintegrazione. Il mondo sta perdendo lentamente ma costantemente fiducia nel dollaro come valuta delle riserve mondiali. Un abbandono del dollaro è in corso e il collasso del sistema monetario globale è imminente. Una volta che la Seconda Bretton Woods si sarà disintegrata ed un nuovo sistema l’avrà sostituita, il processo di riassesto sarà necessariamente più doloroso del rispettivo processo avvenuto durante la Grande Depressione.
Un po’ di cautela nell’uso della terminologia è necessaria in questo caso. Mentre la letteratura negli ultimo 10-20 anni ha riconosciuto ampiamente l’espressione “Seconda Bretton Woods”, nel settembre-ottobre del 2008 il termine è stato usato ampiamente dai mass media per descrivere un summit internazionale proposto con l’obiettivo di ricostruire da zero un nuovo sistema monetario internazionale, proprio come “Bretton Woods”. Immediatamente rinominato dai media come la “Seconda Bretton Woods II”, questa espressione potrebbe potenzialmente indurre molta confusione, dal momento che potrebbe far pensare cose diverse a persone diverse. Il lettore interessato dovrebbe consultare la pagina di Wikipedia dedicata alla Seconda Bretton Woods, dove entrambi i significati sono spiegati nei dettagli.
Conclusioni
A partire dall’agosto 2007 abbiamo testimoniato la crescita inesorabile della crisi del credito: una costante contrazione del mercato del credito, iniziata con le obbligazioni sui mutui, estesasi alle polizze di credito commerciali, poi al credito interbancario, e successivamente ai CDO [Collateralized debt obligation], ai CLO [Collateralized Loan Obligation], ai mutui jumbo, alle linee di credito home equity, ai LBO [Leveraged buyout] e ai mercati di private equity e quindi in generale ai mercati obbligazionario e dei valori mobiliari.
Mentre i media descrivono il problema come se fosse legato alla fiducia e alla mancanza di liquidità, un’analisi più approfondita indica che il credito dell’epoca del boom è stato impiegato in modo improduttivo e perciò le perdite devono essere sostenute. In altre parole, capitali scarsi sono stati allocati male, mal investiti e sostanzialmente sprecati. Nessun ammontare proveniente da politiche monetarie o fiscali potrà sistemare i problemi del passato, così come nessun nuovo trattamento può velocemente rimettere in salute un tossicodipendente debilitato da un abuso di droghe decennale.
Basandomi su indicatori quali (1) la sopravvalutazione del mercato immobiliare globale, (2) l’lndebitamento, (3) il rapporto di indebitamento, (4) l’eccesso di derivati, (5) le bolle globali, e (6) la precarietà del sistema monetario globale, sarei pronto a sostenere che gli squilibri accumulati nel periodo attuale superano in modo significativo quelli che hanno preceduto la Grande Depressione. Concludo quindi che la depressione statunitense e (forse) globale prossima ventura sarà di un’intensità maggiore rispetto a quella della Grande Depressione degli anni ’30. Stiamo probabilmente entrando in un periodo storico che sarà probabilmente conosciuto come la Più Grande Depressione.
Risparmiatore fai attenzione! Solo l’oro può proteggerti dalle devastazioni di un’altra Depressione!
Titolo originale: "Worse than the Great Depression."
Fonte: http://goldseek.com/
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01.02.2009
22:21
Scritto da: marcos1999
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venerdì, 10 ottobre 2008
IL FALLIMENTO DEL NEOLIBERISMO
La tanto temuta crisi dei mercati finanziari è dunque giunta fino alla
Vecchia Europa. Ieri i listini delle borse, da Francoforte a Londra, da
Parigi a Milano, hanno fatto registrare cali record di quasi dieci punti
percentuali. A niente sono servite le rassicurazioni della BCE e le
dichiarazioni degli ingessati capi di Stato europei dei giorni scorsi, il
trend negativo, la sfiducia, si è espansa a macchia d'olio tra gli
operatori finanziari, segno inequivocabile che qualcosa di marcio sta
bollendo nel pentolone della finanza globalizzata e del tanto strombazzato
neoliberismo deregolato e deregolatore.
Adesso voglio vedere se fra i coriferi del capitalismo a qualunque costo -
umano, sociale, etico - ci sarà qualcuno che avrà l'onestà di dire che
questa idea di società è miseramente fallita così com'era successo nell'89
al comunismo, e che quello che sta succedendo negli Stati Uniti a banche e
assicurazioni, che stanno trascinando nel baratro pensioni e risparmi di
milioni di cittadini, è per l'Occidente uno sconquasso della stessa
drammatica intensità della caduta del muro di Berlino per il mondo che si
ispirava ai principi del marxismo.
Perché questa fragilità, questa corrotta ambiguità dell'economia di mercato
era palese da tempo, eppure molti degli ultras del liberismo si ostinavano
a sottolineare la "fine delle ideologie". Ma se scavavi tra le pieghe del
discorso, scoprivi che in realtà l'unica ideologia che questi ultrà
reputavano morta e da seppellire era quella comunista. E anche quando erano
costretti ad ammettere che in nome del libero mercato erano stati compiuti
crudeli genocidi (come in Africa o in America latina), con aria falsamente
ingenua erano pronti a chiederti: "Ma cosa mi offri in cambio? Non esiste
un'alternativa". E quindi si poteva mentire al mondo per fare le guerre,
vendere armamenti, saccheggiare risorse, o si poteva condannare alla fame e
alla miseria interi continenti, magari per difendere solo i privilegi e
continuare a rapinare le ricchezze dell'umanità meno attrezzata, meno
pronta ad affrontare le sfide capziose del mercato.
Ci avevano detto che il liberismo era l'unica salvezza dell'umanità, un
sistema che aveva una soluzione per tutto, perché comandava l'infallibile
mercato e la ricetta si era rivelata indiscutibile: quando l'economia non
funzionava, bastava privatizzare e tutto si sarebbe risolto.
Una presa per i fondelli colossale, senza il minimo pudore, se uno come
Giulio Tremonti, il ministro dell'economia di un governo come quello di
Silvio Berlusconi, che le regole non le ha mai rispettate, si è subito
adeguato come un burocrate sovietico: "Dalla crisi si esce con più
intervento pubblico. Se il male è stato l'assenza di regole, la cura può
essere solo nella costruzione di regole". Neanche un ministro democristiano
dell'epoca della Cassa del mezzogiorno avrebbe potuto cambiare abito così
in fretta. Avevamo dunque ragione noi, quella moltitudine di donne e uomini
classificati come il popolo di Seattle ed erano nel giusto noi che a
Genova, nel 2001, protestavamo contro il potere mercatista del G8 subendo
una violenta e brutale repressione; sembra almeno questa la conclusione
alla quale sono giunti il presidente Usa George Bush, liberista pentito
trasformatosi in un batter di ciglia nel nuovo Roosvelt, e i suoi accoliti
(Sarkozy, Berlusconi e Merkel). I fautori del mercato sopra a tutto si sono
accorti, forse troppo tardi, di stare scherzando col fuoco del crack
finanziario globale. Eliminazione del potere centralizzatore degli Stati e
carta bianca consegnata agli stregoni della Banca Mondiale e del Fondo
Monetario Internazionale, una razza di predatori e di sciacalli che, in
pochi anni, è riuscita a fare strazio delle risorse finanziarie globali.
Guadagnare subito e guadagnare il più possibile in barba alla solidarietà e
ad un funzionale e conveniente sistema di welfare pubblico, il risultato è
sotto gli occhi di tutti: una crisi del capitalismo dalle conseguenze
ancora ignote, anche se gli "esperti" si ostinano a negare per evitare un
disastroso "effetto Argentina".
La verità è che siamo in una crisi probabilmente peggiore di quella del
1929, che portò ad approvare legislazioni molto severe per regolamentare
gli eccessi della finanza, regole che sono state progressivamente
smantellate nel corso degli ultimi 30 anni, sull'onda del pensiero
neoliberista che postulava un sempre minore intervento dello Stato nelle
questioni economiche e la capacità dei mercati di autoregolamentarsi.
Anche a seguito degli ultimi interventi pubblici in soccorso della finanza,
sarebbe il caso di ammettere una volta per tutte che la fase
politico-economica neoliberista si è chiusa con un solenne fallimento. E'
ora di voltare pagina e di rivedere alla base la governance internazionale
e i meccanismi di controllo, vigilanza e regolamentazione dei mercati
finanziari. Se è probabilmente troppo tardi per evitare gli effetti
peggiori di questa crisi, è l'unica strada possibile per evitare di
ripartire come se nulla fosse successo, navigando a vista in attesa della
prossima tempesta.
Italo Di Sabato
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14:06
Scritto da: marcos1999
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lunedì, 25 agosto 2008
NON E' UNA CRISI CONGIUNTURALE
"Il rapido incremento del
capitale finanziario è una conseguenza dell'accumulazione reale, perché
è effetto dello sviluppo del processo di riproduzione. Il profitto che
costituisce la fonte di accumulazione dei capitalisti monetari non è se
non una detrazione dal plusvalore intascato dai capitalisti
riproduttivi e, insieme, appropriazione di una parte dell'interesse su
risparmi altrui" (Marx, Il Capitale, vol. III cap. XXXI).
Partiamo da
un assioma: l'unico modo per produrre nuovo valore è produrre merci e
venderle. Tutto ciò che concerne il valore dopo tale operazione, e che
chiamiamo interesse, rendita, formazione di "redditi" vari, non è che
una ripartizione del plusvalore originario. Nel mercato finanziario non
ruota altro che quel plusvalore, apparentemente moltiplicato dal
vorticoso susseguirsi delle transazioni. Ogni crisi finanziaria è
necessariamente il prodotto di una crisi di produzione di plusvalore.
Ogni strumento finanziario è necessariamente un espediente per
esorcizzare tale crisi, nell'illusione di poter trasformare il
trasferimento di valore in creazione del medesimo.
Ma la creazione è
prerogativa degli dei, mentre gli uomini riescono solo o a produrre
merci e valore, o a contendersi quest'ultimo. Compresa "una parte
dell'interesse su risparmi altrui", cosa che di per sé spiega
l'esistenza di strumenti finanziari basati sui mutui a rischio, sulle
carte di credito e su qualsiasi cosa che permetta, appunto, di mettere
le mani su valore altrui. Da notare che non sono solo i singoli
capitalisti e finanzieri che operano in tal modo, ma soprattutto i
grandi istituti di credito e gli Stati. Quando infatti uno Stato
acquista materie prime, non fa altro che trasferire al venditore una
parte del plusvalore prodotto al suo interno. Possedere un giacimento
minerario o petrolifero è come possedere un'ipoteca su una parte del
plusvalore futuro dei paesi senza minerali e petrolio. E il possesso di
un grande apparato finanziario permette di attirare il risparmio, dalla
rendita mineraria o petrolifera, al fondo pensione dei vecchietti.
In
tutto questo movimento non si crea nulla, si sposta soltanto valore
prodotto in passato o in futuro. Per il passato e il presente non c'è
problema, quel che è prodotto è prodotto, e il suo valore segue il
ciclo classico della valorizzazione D-M-D' (denaro-merce-più denaro, e
così via, attraverso la produzione). Per il futuro invece il problema
c'è: ad esempio, se mediamente la popolazione mondiale invecchia,
occorrerà già da adesso produrre più valore da erogare in futuro sotto
forma di pensioni; e se India e Cina continueranno a crescere ai ritmi
attuali occorrerà già da adesso trovare ferro, rame, petrolio in
quantità adeguate. Ma molto prima di quando queste risorse saranno
trovate e sfruttate, verranno mobilitati gli strumenti finanziari in
grado di ipotecare sia i futuri risparmi (per fondi pensione, malattie,
ecc.), che i futuri giacimenti di minerali, il petrolio. Non saranno
esenti ? sta già succedendo ? gli irrinunciabili futuri campi agricoli
per gli alimenti. Nel ciclo D-M-D' si tenderebbe a porre D' davanti a D-
M e ciò è palesemente impossibile. Oltre tutto l'ipoteca del futuro
comporta dei rischi: pochi per un frigorifero a rate, molti per una
casa col mutuo, incalcolabili per un sistema globale.
Sarebbe
necessario un controllo globale
Con gli strumenti finanziari
"derivati", "futuri" e di altro tipo complesso, càpita sovente agli
operatori finanziari di "perdere il feeling" con le architetture di
investimento, cioè in parole povere di non capirci più un accidente. Se
questo succede a un ufficio privato o a una banca con qualche cliente,
beh, siccome pecunia non olet non è difficile reimpostare gli
investimenti, suddividere le perdite o semplicemente comunicare ai
malcapitati che tali perdite sono avvenute per colpa del mercato. Tanto
l'illuso cliente comune che si è imbarcato nell'avventura a rischio non
riuscirà mai a sapere se il denaro che vince o che perde è davvero il
suo.
La faccenda diventa grave quando a "perdere il feeling" sono
grandi organismi che operano fra di loro, come banche, società di
rating (quelle che stabiliscono il livello di affidabilità di un ente
economico), finanziarie specializzate in mutui, gestori delle carte di
credito, fondi di investimento privati e istituzionali, ecc. Non è in
gioco solo il destino di singole banche che falliscono mentre i tassi
di interesse ballano impazziti, gli esperti lanciano folli
dichiarazioni sulla santità del mercato e in realtà si varano
pesantissimi e contraddittori interventi dello Stato per non lasciar
affondare l'economia. È in gioco l'intero sistema delle relazioni
finanziarie, cioè dell'economia, a cominciare da quella degli Stati
Uniti e dei maggiori paesi del mondo. Cioè quella del pianeta. Come ha
scritto The Economist in occasione del salvataggio della banca Bear
Stearns (marzo), non si è trattato di una settimana di malattia da
depressione, ma di una settimana in cui il mondo finanziario si è
accorto di aver raschiato il barile al punto di dover escogitare
strumenti che il santo mercato non è più in grado di assorbire.
È una
questione di logica. L'alto rendimento di uno strumento finanziario è
di tipo paradossale: può essere dovuto a un solido retroterra
produttivo (i classici "fondamentali"), oppure basarsi su di un
piedistallo talmente fragile che il rischio dev'essere pagato con
criteri da strozzini. Anni fa, notando che i titoli ad alto rischio si
vendevano bene, qualcuno inventò i cosiddetti junk bonds, titoli
spazzatura. Il rischio era compensato dal rendimento, almeno finché al
tavolo del poker non si fu costretti ad andare a "vedere", scoprendo
che c'era il bluff. Era l'epoca pionieristica. Da allora gli strumenti
si sono affinati e non compaiono più con il loro vero volto, sono
impacchettati in altri strumenti dal contenuto variegato. Il trucco si
scopre facilmente uscendo dai movimenti particolari e lavorando su
grandi insiemi. La logica c'entra perché nella valorizzazione del
Capitale è arbitrario separare il momento della valorizzazione da
quello della realizzazione; sarebbe come parlare di un insieme che fa
parte di sé stesso, come nell'antico paradosso sul tipo che dice:
"Tutti i cretesi sono bugiardi, io sono cretese".
Perciò l'insieme a
rischio può pagare alti rendimenti solo se l'insieme produttivo
fornisce valore addizionale. Ma in tal caso l'insieme produttivo
finanzia quello spazzatura incoraggiandolo ad espandersi finché il
secondo. non fagocita il suo benefattore, relegandolo a insieme
capitalistico residuo e subordinato. Il lettore che abbia frequentato
anche per poco le pagine del Capitale troverà familiare questo modo di
neutralizzare le trappole logiche: è lo stesso che Marx usa per uscire
dal caos dei prezzi affidandosi alla legge del valore (un servizio
improduttivo può avere un prezzo).
La singola banca è solo uno dei
nodi della rete finanziaria
Una volta evitate le trappole, è facile
rendersi conto che non è possibile ragionare solo sull'insieme
spazzatura, esso di per sé è sterile; d'altro canto quello produttivo
sforna merci e non capitali, i quali si realizzano soltanto nella
circolazione. Il fatto è che nella realtà la sfera della circolazione
si autonomizza, e di per sé tenderebbe a estinguere quella produttiva.
Tuttavia, come in tutte le catene di Sant'Antonio, prima o poi la serie
di "guadagni" si deve interrompere a causa dell'impossibilità di
alimentare la progressione geometrica. Gli economisti lo sanno, ma non
possono farci niente. Non possono certo impedire le transazioni che
viaggiano in giro per il mondo alla velocità della luce 24 ore su 24,
interessando quantità di denaro che si esprimono in cifre che il nostro
cervello non riesce a metabolizzare e che sono persino difficili da
scrivere. E soprattutto con che camperebbero se tutti insieme si
mettessero a dire che il capitalismo non funziona più?
Ma proprio The
Economist, il vangelo settimanale dell'ottimismo capitalistico sfrenato
registra la contraddizione:
"Il meraviglioso edificio della finanza
moderna ha impiegato decenni per essere costruito ed ha avuto un week-
end di tempo per salvarsi dal crollo".
Esagerazioni di giornalisti-
economisti in vena di sensazionalismo? Non tanto. Già era stato
necessario immettere liquidità nel mercato per centinaia di miliardi di
dollari. Poi salvare dal fallimento la Northern Rock inglese. Poi, il
16 marzo, la Federal Reserve americana era passata sopra tutti i
principi liberisti per salvare la Bear Stearns, che è la quinta banca
d'investimento americana. Due giorni dopo, per riscaldare il mercato,
aveva tagliato di mezzo punto il costo del denaro, la più alta
percentuale da vent'anni a questa parte. Nello stesso tempo,
contraddittoriamente l'aveva gelato dichiarando che in realtà nessuno
sapeva come stessero davvero le cose nei rapporti interbancari, a
quanto ammontassero i debiti insolvibili e quante banche nel mondo
fossero oggettivamente sull'orlo del fallimento. Era una confessione
grave: nell'epoca del capitalismo virtuale sarebbe necessario
controllare i flussi finanziari globali ma non c'è nessuno che lo possa
fare obbligando gli altri ad obbedire; sarebbe necessario tradurre le
incursioni piratesche del capitale finanziario in risparmio sicuro, ma
non c'è nessuno che sappia come fare, perché occorrerebbe perlomeno una
specie di superfascismo sovranazionale.
Molti liberisti affermano che
è meglio lasciar fallire le banche quando vanno in crisi a causa delle
loro folli avventure. Però lo dicono sempre dopo che s'è verificata la
catastrofe: prima le attività piratesche sono considerate normali. Ma
non stiamo a fare la morale agli squali. Il fatto è che anche il più
liberista fra i liberisti è assolutamente impotente di fronte ai
numeri: un salvataggio come quello della Bear Stearns è costato alle
tasche di Pantalone 30 miliardi di dollari, ma non c'era altra via
d'uscita perché la banca è "controparte" di una catena di operatori che
gestiscono almeno 10.000 miliardi di dollari. E costoro, banche,
brookers, istituti vari, hanno il potere di attivare subito le vendite
non appena sul mercato dei derivati la paura sopravanzi anche di poco
la fiducia. Quello che spaventa è appunto la catena di relazioni. La
paura non è facilmente formalizzabile, e la catena è internazionale, al
di sopra dei singoli operatori e anche degli Stati. Un operatore
finanziario globale come la Bear non è come una fabbrica che fallisce,
nel cui caso arriva il curatore fallimentare, licenzia e chiude. Se la
paura e il dubbio si diffondono, marchiano ogni titolo che la banca ha
sfiorato e ciò produce una reazione a catena come nella bomba atomica.
Dall'impedito fallimento della Northern Rock in poi, ogni banca
sospetta di tutte le altre.
Il capitalismo ha sempre avuto la tendenza
alla finanziarizzazione, ma oggi non si tratta più di una semplice
tendenza. Le cause sono note e ce ne siamo occupati più volte. Dopo la
crisi petrolifera degli anni '70 il decuplicato prezzo del petrolio
aveva provocato un rastrellamento fisso e capillare di valore nel mondo
a favore della rendita. Tramite i paesi petroliferi tale rendita si era
tramutata immediatamente in capitale finanziario, specie sulle piazze
di Londra e New York. Dall'inizio degli anni '80 ciò aveva comportato
una crescita enorme della speculazione finanziaria, premessa diretta al
disastro borsistico del 1987. Siccome si stava uscendo da un periodo di
"stagflazione", persistevano bassi tassi d'interesse, che alimentavano
il boom della speculazione. C'era valore sufficiente per pagare anche
alti interessi ? e quindi consentire alti rendimenti ? in sfere ad alto
rischio. Ce n'era anche per consentire alle fabbriche ristrutturazioni
sanguinose nei confronti del proletariato al fine di aumentare la
produttività, cioè la produzione di plusvalore relativo. Il tutto
accelerato dalla storica introduzione dell'informatica in campo
finanziario, con la relativa automatizzazione delle operazioni sulla
base di modelli di mercato installati nei computer.
Una prima botta fu
inferta al sistema dalla saturazione del 1987 (cfr. nostra Lettera ai
compagni n. 21). Una seconda dieci anni dopo con la "crisi asiatica",
che si risolse con il crollo borsistico in Occidente all'inizio del
nuovo secolo. Per ovviare alla crisi, i governi tennero di nuovo basso
il costo del denaro, perciò i vari istituti finanziari poterono
investire i profitti realizzati nel periodo precedente (con derivati e
futures essi possono guadagnare sia dalle avanzate che dalle recessioni
del mercato). Secondo la loro natura investirono sui mercati finanziari
e, per pura avidità, utilizzarono sia i profitti pregressi che il
denaro ottenuto indebitandosi a basso prezzo (un capolavoro di
architettura finanziaria, come dissero auto-lodandosi). Ciò fu
possibile anche grazie a tre innovazioni: una matematica finanziaria
derivata dallo studio del caos e della complessità; sistemi informatici
che permettevano migliaia di operazioni in tempi brevissimi, con poco
guadagno percentuale per ognuna ma con un moltiplicatore che ne faceva
aumentare la massa; il progetto, tramite i due mezzi appena descritti,
di una quantità di nuovi strumenti finanziari derivati, "protetti" sia
da rialzi che da ribassi. Protetti per le banche, non per i
sottoscrittori, com'è ovvio. La combinazione di debito e derivati fece
presto a diffondersi anche nel campo dei debiti individuali, come
mutui, carte di credito, prestiti vari. E il meccanismo funzionò così
bene che per anni le banche distribuirono in massa, anche
reciprocamente, derivati su crediti a rischio, sempre più pericolosi.
In un sistema basato sulla fiducia la paura è nefasta
La bellezza del
sistema è che funzionava, proprio come aveva funzionato quello dei junk
bonds: il rischio veniva tutto sommato distribuito, i derivati
funzionavano come ulteriore raccolta di risparmio, si rastrellava
capitale dove costava poco investendolo dove rendeva di più con un
benefico effetto di arbitraggio; come al solito nessuno si preoccupava
dell'insieme più vasto, quello che deve alimentarsi con una fonte di
valore dall'esterno, cioè dalla produzione. Nessuna catena del genere
descritto può sopravvivere quando i derivati sui debiti sono scambiati
solo fra inventori di derivati su debiti. Comunque siamo sicuri che,
passata la buriana, si ricomincerà daccapo. A meno che ovviamente non
salti tutto, cosa che auspichiamo vivamente.
Il problema è dunque una
carente produzione di valore. Tanto carente che è sempre più difficile
per i maggiori paesi imperialisti procurarselo dove se ne produce
ancora molto. Addirittura il valore accumulato dai nuovi centri
capitalistici attivi, dagli Emirati alla Cina, non viene più depositato
nelle banche americane e inglesi ma investito comprando banche
americane e inglesi (tramite i "fondi sovrani"). Perciò i vecchi
imperialisti si trovano in serie difficoltà. Pensiamo ad esempio ad un
paese abituato ad esportare servizi finanziari come gli Stati Uniti:
questo suo settore produce il 40% dei profitti americani occupando solo
il 5% della forza-lavoro. E ciò mentre il debito del settore stesso è
cresciuto dal 10% del 1980 al 50% di oggi (dati 2007). È dal tempo di
Lenin che il capitale finanziario non svolge più la sua funzione di
raccogliere nella società sovrapprofitti, rendite e risparmi a favore
del credito all'industria. Semmai si è trasformato nel suo contrario:
dissangua le industrie per alimentare sé stesso. Niente di nuovo, ma
oggi siamo al limite. E lo dicono gli stessi capitalisti, almeno quelli
più consapevoli dell'inevitabile e forse imminente catastrofe. Ma che
possono fare? Instillare sicurezza? Lo sanno tutti che, nel momento in
cui un salumiere è costretto a rassicurare i clienti sulla bontà del
suo salame, la sua credibilità è già andata a farsi benedire.
Quando
il denaro era valore in sé (ad es. oro) la fiducia in esso era
scontata. Da quando invece è segno di valore, ogni scambio di merci con
denaro deve avvenire sulla fiducia che il conio di metallo o il pezzo
di carta sia garantito da qualcuno. Anche la cambiale, antenata di
tutti i futures e derivati, non vale nulla se a monte non c'è la
possibilità di riscuotere, scontare o pignorare. In una economia
mondiale che comporta il 95% dei movimenti di capitale in transazioni
finanziarie e solo il 5% in transazioni commerciali e industriali, si
capisce che la fiducia diventa importante. Senza di essa i capitali si
congelano, che è come dire si annichiliscono. È per questo che la
Federal Reserve ha deciso di ri-regolamentare un sistema che divenne
famoso al tempo di Reagan come de-regulamentation. Insomma, lo Stato
toglie le regole e le rimette, a seconda di quel che serve. E poi
dicono che siamo in una economia di libero mercato. In realtà essa è
sempre più statale. Dunque il denaro non sarà più distribuito, in caso
di crisi, come liquidità disponibile (fiducia indiretta), ma verrà dato
in prestito in modo mirato tramite intermediari in grado di offrire
garanzie e non solo di fare operazioni piratesche (proprio come nel
caso della Bear Stearns che altre banche volevano comprare per un tozzo
di pane rovinando gli azionisti).
In più, per prevenire crisi
catastrofiche, la Federal Reserve istituirà presso le sue sedi
regionali un osservatorio permanente sulle attività bancarie. In futuro
quindi sarà consentito alle banche di investimento di accorrere al
salvataggio di altre banche con l'intervento della banca centrale, cosa
che avverrà con una regolamentazione e un controllo più rigorosi.
Teoricamente Wall Street non avrà più occasione di buttarsi a pesce
sulle immissioni di liquidità nel sistema, le quali dovrebbero servire
esclusivamente per rilanciare l'economia. Il condizionale è d'obbligo,
primo perché gli squali sono sempre lì, e poi perché la "crisi dei
debiti" non è affatto finita, e nessuno sa quanto denaro pubblico essa
potrà ancora richiedere per essere neutralizzata. Ci sono i debiti
sulle carte di credito, che sono stati venduti allo stesso modo di
quelli sulle case, e nessuno sa a quanto ammontino, forse a più di
quelli immobiliari. E i prezzi delle case continuano a scendere facendo
mancare copertura ai mutui.
Un circolo vizioso le cui conseguenze sono
state calcolate: se il prezzo delle case cadesse negli interi USA
mediamente del 25% rispetto al picco raggiunto prima della crisi, le
perdite totali dei possessori di derivati su mutui ammonterebbero a
1.100 miliardi di dollari. In alcuni stati come la California il calo
dei prezzi nelle zone della middle class è già al 35%. Se sommiamo il
danno già registrato sui mutui con quello calcolabile sulle carte di
credito si arriva alla cifra di 2.000-2.500 miliardi di dollari. Ciò
significa una perdita del potere d'acquisto pari quasi al 20% del PIL
americano. Un'enormità, quando si pensi che i consumi americani
sostengono da un secolo l'economia del mondo. Per questo anche i
fondamentalisti del liberismo che scrivono su The Economist propugnano
l'inevitabilità di regole imposte dallo Stato, che in caso di emergenza
potrebbe voler dire:
"Usare il denaro pubblico per creare una base
solida [floor] al mercato, sia nel campo delle abitazioni, che nella
collocazione di titoli sicuri legati agli altri settori. Non c'è
ragione di condannare l'intero sistema, esso rimane di gran lunga
funzionale. Questi sono segnali che c'è bisogno di cambiarne le regole,
ma prima di tutto occorre fermare la sua decomposizione [rot]".
Come
si vede, l'ossimoro è robusto: ci si appella allo Stato affinché faccia
funzionare il liberismo, che da solo non ce la fa. Non è proprio
possibile sottrarsi al citato paradosso del salumiere: dopo aver
descritto la situazione come grave, addirittura in decomposizione,
nell'insistere sulla buona tenuta del sistema e sulla sua capacità di
ripresa non si ingenerano che sospetti. Pensavamo che solo i comunisti
definissero putrefatto il capitalismo, adesso vediamo che lo fanno
anche i suoi adoratori.
Crisi epocale descritta in quattro punti
Può
darsi che qualche particolare sfugga, ma una cosa è certa: l'analisi
dei flussi di valore attraverso i "campi di forza" rappresentati dai
fondamentali dell'economia porta a descrivere un sistema al collasso.
Quando condizioni future già conosciute determinano l'andamento
dell'economia presente, vuol dire che siamo di fronte a una retroazione
che non può più essere descritta in termini lineari. Sono le tipiche
situazioni all'origine del caos. La valvola di una pentola a pressione
produce una retroazione negativa, essa cioè "sente" quando la pentola
sta per scoppiare e scarica la tensione interna con effetto
equilibratore. Una speculazione sul futuro prezzo del petrolio, poiché
si sa che il mondo ne consumerà sempre di più mentre se ne trova sempre
di meno, produce una retroazione positiva, cioè produce l'aumento di
prezzo che la speculazione stessa si aspetta. È vero che non possiamo
calcolare quando finirà il capitalismo, ma è altrettano vero che il suo
cuore finanziario è in fibrillazione: se si aziona la valvola che
scarica le tensioni è certa la recessione; se si lasciano i capitali a
briglia sciolta è certa l'overdose finanziaria con relativa esplosione
del sistema. Ciò ha a che fare con la teoria marxista
dell'imperialismo, "fase suprema", quindi ultima.
Nei primi anni '50,
con criteri "sistemici", la nostra corrente lavorò intorno a un modello
di previsione, che poneva intorno alla metà degli anni '70 una crisi di
tipo catastrofico. La crisi ci fu effettivamente, anche se non con gli
effetti sociali auspicati. Con gli stessi criteri lavoriamo da anni al
modello, cercando di affinarlo sulla base dei nuovi dati forniti dal
maturare dei rapporti di produzione. Sia sufficiente citare quattro
tappe di questo nostro percorso: 1) un Quaderno del 1983 sulla natura
sistemica della crisi a partire da considerazioni di Engels (pubblicato
in volume nel 1985 con il titolo Crisi storica del capitalismo senile);
2) un Quaderno pubblicato nel 1992 col titolo Dinamica dei processi
storici - Teoria dell'accumulazione, dove si traccia da un punto di
vista storico-matematico la "parabola del plusvalore": dallo zero delle
società primitive, che non accumulano, allo zero teorico di una
ipotetica società robotizzata senza operai, passando dalle
caratteristiche della rendita con gli effetti che produce sulla finanza
e sull'accumulazione; 3) una monografia pubblicata sul numero 11 della
nostra rivista, intitolato Teoria e prassi della nuova politiguerra
americana, nella quale ci occupiamo delle determinazioni storiche della
guerra imperialistica attuale e dei relativi meccanismi che la
governano; 4) una riunione redazionale, tenuta nel 2007 (di prossima
pubblicazione) nella quale si riprende il modello previsionale degli
anni '50 per una proiezione dei dati attuali, non più basati su carbone
e acciaio ma su petrolio e finanza. Naturalmente abbiamo prodotto altro
materiale utilizzabile, per il quale rimandiamo al nostro sito
Internet.
Primo punto. Se la crisi è "storica" vuol dire che ha una
freccia nel tempo e, come accade per tutte le cose dell'universo, in un
sistema chiuso è irreversibilmente dissipativa, giusta il secondo
principio della termodinamica; il sistema capitalistico è vulcanico, ma
proprio per questo dissipa più energia di quanta riesca a produrne. Si
parla a sproposito di "crisi dei mutui" o "delle carte di credito" o,
più in generale, "delle borse". L'andamento sul mercato dei mutui,
delle carte di credito o delle azioni è sempre effetto di qualcosa a
monte, mai motore primo. Del resto, se non fosse così, si cadrebbe in
uno dei loop logici così frequenti in economia: la crisi è causa o
effetto. della crisi. Il sistema si apre, quindi diventa anti-
entropico, solo con lo sviluppo della rivoluzione in corso, che avrà
inevitabilmente il suo punto di catastrofe (alla René Thom). Nel
Quaderno ricordato, i diagrammi ricavati teoricamente sono messi a
confronto con i dati reali. Risultato: diminuisce nel tempo
l'incremento del valore prodotto. Un fenomeno che Marx ritiene letale
rispetto alla durata del capitalismo.
Secondo punto. Se, in una
società estrema, si consumasse tutto il valore prodotto (massimo numero
possibile di operai, tutto "lavoro necessario" e niente "pluslavoro")
non ci sarebbe plusvalore e quindi neanche accumulazione. All'opposto,
se in una società altrettanto estrema si producesse solo con macchine e
senza operai, non si potrebbe estrarre plusvalore da nessuno, e quindi
sarebbe altrettanto impossibile l'accumulazione. Fra i due estremi
opposti (due zeri) vi è produzione di una quantità variabile di
plusvalore, con un massimo del rendimento al culmine della parabola.
Essendo il grafico ideale simmetrico, un saggio di sfruttamento del
100% (4 ore di lavoro necessario e 4 di pluslavoro su 8 come
nell'esempio di Marx) cadrebbe esattamente a metà dell'ascissa.
Al
tempo del grafico, più di vent'anni fa, dicemmo che il punto
significativo in cui si collocava la società capitalistica era verso lo
"zero tecnologico", cioè tante macchine e pochi operai (non in assoluto
ma in relazione al Capitale messo in moto), cioè tanta
sovrappopolazione relativa e anche assoluta. Oggi la situazione è
peggiorata (per il Capitale) e abbiamo l'ulteriore verifica
sperimentale offerta dai dati reali aggiornati inseriti sui diagrammi
(questi sì cartesiani, con il tempo sull'ascissa e il valore
sull'ordinata). Dunque: non stiamo assistendo a una crisi
congiunturale. Le oscillazioni nella produzione di valore esistono
sempre, ma oggi siamo di fronte all'esasperazione di ciò che aveva già
notato Engels da sintomi anticipatori, siamo cioè di fronte a una crisi
cronica dell'intero sistema. Persino i borghesi lo ammettono
pubblicando sui loro giornali i dati che lo provano. Non ammettono
invece il fallimento del loro sistema perché sono degli immediatisti.
Sanno che la curva dell'intero sviluppo capitalistico è sempre stata un
sigmoide (crescita esponenziale, punto di flesso, crescita asintotica),
almeno da quando è stato loro possibile sviluppare modelli di dinamica
reale per la previsione economico-sociale. Solo che il Capitale
celebrava facilmente sé stesso nella parte esponenziale, mentre adesso
che ci troviamo nella parte asintotica (entropia, perdita di energia,
morte termica) non ha più basi convincenti per continuare a farlo. Ad
ogni modo, giusta Lenin, non ci sarà bisogno di aspettare la morte del
capitalismo per inedia: la catastrofe rivoluzionaria lo spazzerà via
prima; è questa la sua vera morte "naturale".
Terzo punto. La
"politiguerra" (di cui al nostro numero monografico citato), è,
generalizzando al massimo, lo strumento con cui il capitalismo (o
meglio, il Capitale con la maiuscola) dirige il traffico del plusvalore
nell'epoca della sua ripartizione piuttosto che della sua produzione
(passaggio dalla concentrazione alla centralizzazione). Tutto si fa più
evidente con l'avvento della reaganomics (cfr. Lettera ai compagni n.
25), ma è certo che il fenomeno sta alla base della teoria marxista
dell'imperialismo. I "briganti imperialisti", orrenda definizione
moralisteggiante di Lenin, sono i vigili che controllano il traffico,
lo dirottano se ci sono incidenti, multano i cattivi... e prendono lo
stipendio per il loro lavoro. Il guaio è che litigano tra loro, si
sparano cannonate e tralasciano a volte i veri interessi del Capitale.
Il quale (antropomorfizziamo un po') si scoccia e fa piazza pulita di
troppa concorrenza, lasciando sul campo il suo miglior esponente.
Niente di strano: vittoria del monopolio in economia, vittoria del
fascismo in politica. Lo affermano le nostre tesi del 1945, ma ai
giorni nostri c'è arrivato perfino un matematico democratico come
Odifreddi con la sua "Intervista a Hitler".
Quarto punto. Non è
possibile una crescita infinita in un mondo finito. Quello che sta
succedendo non è molto complicato da capire: da una parte l'esplosione
del capitalismo in paesi come la Cina e l'India accelera l'accumulo di
elementi di catastrofe; dall'altra il mondo intero sarà costretto a
escogitare qualunque cosa pur di evitarla. L'accumulo di contraddizioni
per noi non ha segreti ed è nei nostri classici; l'escogitare
espedienti non può essere infinito, e con il controllo statale del
fatto economico (keynesismo, fascismo, stalinismo, rooseveltismo) si
risolverà nel tentativo (ma anche obbligo) da parte di tutti i paesi di
salvare gli Stati Uniti per salvare sé stessi. Nell'impossibilità di
darsi un governo mondiale, le borghesie nazionali delegano il potere a
quella che tra esse ne ha a sufficienza per tutte. La nostra tesi
temeraria, già esposta alla suddetta recente riunione sul modello
previsionale attualizzato, ne esce rafforzata: non siamo di fronte a
una crisi congiunturale ma epocale. La catastrofe del sistema dovrebbe
essere concomitante al momento più acuto della crisi sulle materie
prime e sugli alimenti. Mezzo secolo fa i parametri erano dello stesso
tipo e la previsione a vent'anni (1975) risultò esatta, ma gli eventi
non furono decisivi. Oggi non siamo in una crisi "nuova" ma nel
prolungamento di quella di allora. I dati odierni denunciano una
situazione più critica, anche se ciò non significa che sia possibile
una maggiore accuratezza nella previsione. Ma allora, perché cimentarsi
in queste sfide? Rispondiamo come risposero i compagni di allora:
quando "diamo i numeri" tentando di realizzare un modello formale di
previsione a medio termine, lo facciamo per ridurre al minimo il
ricorso alle interpretazioni soggettive e quindi la produzione di
fesserie. È l'unico metodo che l'uomo conosce per evitare di esporre
solo opinioni. Per il lungo periodo abbiamo solo certezze: l'uomo
futuro sarà comunista.
Abbiate pazienza: una formuletta
Esimii
economisti hanno detto la loro sulla crisi cosiddetta immobiliare o dei
mutui subprime. Ci sono gli ottimisti e i pessimisti, e questi ultimi,
naturalmente, sono i più gettonati dai media, che vivono più che altro
sulle disgrazie del mondo. I pessimisti sono anche i più famosi per la
stessa ragione, dato che vendono i loro libri a milioni di copie. Un
ritornello è questo: s'è aperto un periodo di crisi perché siamo
entrati in una spirale di non remissione dei debiti. Nouriel Roubini
prevede una catastrofe in dodici tappe, tutte incentrate sulle
conseguenze di questa spirale; Robert Manning conferma il tema della
spirale e aggiunge che essa avrà effetti perversi per cui non abbiamo
ancora visto niente rispetto a ciò che deve ancora succedere; Paul
Krugman insiste sul suo cavallo di battaglia, la sperequazione dei
redditi che porta alla fame; Joseph Stiglitz abbandona per un momento
la sua critica alla globalizzazione, ed entrando nel merito dei mutui
subprime sottolinea che il capitalismo è diventato profondamente
immorale.
Fermiamoci qui. Con il "gioco del perché" un bambino
chiederebbe: ma perché s'è aperta la spirale dei debiti non onorati?
Insomma, siamo alla crisi prodotta dalla crisi. Il nostro criterio è
diverso: sia i tecnologismi economici inventati per cercar di capire il
movimento virtuale dei capitali, sia le opinioni moralistiche degli
economisti rappresentano la febbre, il sintomo, ma la malattia va
analizzata nel profondo. Prendiamo la formula del saggio di profitto: s
= p/(c+v) ovvero: saggio di profitto uguale a plusvalore diviso il
totale del capitale anticipato (impianti e materie prime più salari);
com'è noto, Marx l'adotta e poi la semplifica rapportando anche "c" a
lavoro e pluslavoro, per cui abbiamo: s = p/v; alla fine del terzo
libro del Capitale riduce il tutto al solo saggio di sfruttamento puro
e semplice p/v, perché la sommatoria dei profitti individuali è uguale
al plusvalore totale e, quando si arriva al dunque, è inutile usare
termini diversi per definire la stessa cosa. Il procedimento di Marx è
ineccepibile. La formula del saggio di profitto descrive un fenomeno
locale (profitto del singolo capitalista, della singola sfera di
produzione, ecc.) variabile, mentre quella del saggio di sfruttamento
esprime lo stato del capitalismo globale.
Ora, il PIL (Prodotto
Interno Lordo) è la somma di tutti i valori prodotti, cioè la massa
totale del plusvalore più la massa totale del salario: W = p+v e il
rapporto fra i due termini ci dà la situazione di classe nel mondo. Il
valore totale W è uguale a 65.500 miliardi di dollari ed è aumentato
nel corso del 2007 del 5,2%. L'aumento è dovuto quasi esclusivamente a
Cina (11,5%), India (8.4%), Russia (7,2%). I paesi che vedono un
aumento del PIL hanno prodotto valore nuovo; quelli che stazionano
hanno solo consumato quello prodotto. La popolazione mondiale è
cresciuta meno che in passato (1,17%), quindi è cresciuto in alcuni
paesi il PIL pro capite. Ma non nei paesi a capitalismo maturo. Perché?
Perché qui è aumentata la produttività, cioè la produzione per addetto,
che, non troppo paradossalmente, fa scendere il valore unitario delle
merci. Le quali debbono essere prodotte in maggior quantità affinché se
ne tragga lo stesso profitto, ma ciò proprio mentre diminuiscono i
consumi a causa dell'aumentato pauperismo anche fra le fasce medie di
reddito (effetto della sovrappopolazione relativa e assoluta).
Risultato: in un quarto di secolo la curva è rimasta inesorabilmente
stabile. Essa ha la famosa forma a "sigmoide", cioè sale per un tratto
in modo esponenziale, attraversa un punto di flesso e continua in modo
asintotico. Abbiamo già visto che oggi, globalmente, siamo verso
l'asintoto e non c'è verso di tornare al punto di flesso o addirittura
alla piena crescita esponenziale. Anche paesi come Cina e India hanno
superato il punto di flesso. I loro incrementi di crescita (di
produzione di valore) diminuiscono di anno in anno. È sempre crescita,
ma sempre meno pronunciata.
Tranquilli, la prospettiva è buona
Come
si vede, l'origine della crisi non è nei mutui o altro ma, al
contrario, è l'esistenza della crisi di produzione di plusvalore a
provocare la disperata ricerca di espedienti per la valorizzazione dei
capitali. Il cerchio non si chiude, ed ecco perché i capitalisti ?
finanziarizzati e disperati ? raschiano il fondo del barile nella folle
speranza di vedere il loro denaro passare da D a D' nella circolazione,
rubano i risparmi alle vecchiette e vendono patacche di titoli che
inglobano i mutui dei poveracci, le loro carte di credito insolventi,
perfino i futures sulle loro pensioni e sulle loro tombe. Mentre per le
stesse ragioni prenotano il petrolio a venire (quello presente è già
stato pagato fino a 200 dollari al barile). E si buttano sul business
dell'etanolo, sulla dislocazione delle loro industrie in Cina, sulla
speculazione monetaria che porta il dollaro a 1,51 contro l'euro, ecc.
ecc. Perfino gli Stati non possono evitare di essere coinvolti in
questa follia: ed ecco esplodere i fondi sovrani, gestiti da Stati che
si comprano banche e fondi d'investimento in altri Stati. Ulteriori
macchine da capitalismo virtuale che amplificano tutta l'infinita
catena che i famosi esimii economisti, pur sapendo bene quali siano i
responsi catastrofici implementati nei loro stessi modelli
computerizzati, espongono al pubblico solo a frammenti, a seconda che
stiano scrivendo su un giornale, parlando alla televisione o insegnando
da una cattedra.
E non c'è niente da fare, perché di fronte al
debitore insolvente, che sia il poveraccio che non può pagare il mutuo,
che siano gli Stati Uniti d'America (il maggior debitore del mondo),
non ci sono che due vie: o il pignoramento o il salvataggio nella
speranza che un giorno o l'altro paghi. Quella degli USA è una
situazione particolare di rendita: se volete il capitalismo, essi
dicono al resto del mondo, dovete alimentare il suo motore primo, che
pulsa a Washington. A causa di questo ricatto possiamo tranquillamente
escludere due opzioni: 1) che quel particolare debitore rappresentato
dagli USA si lasci pignorare fabbriche e case; 2) che un giorno paghi
il suo debito. Perciò al mondo capitalistico non resta altro da fare
che tenerlo a galla, con tutti i disastri che ciò comporta.
Analizzate
le cifre, abbiamo cercato di trarre uno schema ad alto livello di
astrazione per non lasciarci influenzare dai fenomeni secondari.
Abbiamo quindi azzardato delle previsioni, anche se quel che ci
interessa veramente è la forma a sigmoide della già ricordata curva. Ad
ognuno di noi piacerebbe un sacco sapere con precisione in quale tratto
dell'asintoto ci troviamo, perché si sa che l'elettroencefalogramma del
capitalismo non può assolutamente giungere ad essere piatto del tutto,
pena la catastrofe. Ma si giungerà, è matematico. Il quando è
un'incognita, ma il modello semplificato risponde da solo aspettando
verifica: la tensione su tutti i parametri si verificherà all'incontro
delle curve "fondamentali" che sono la produzione e il consumo di
petrolio e materie prime, la crescita della popolazione e del valore
totale prodotto, la crescita della produttività che fa diminuire il
valore per unità prodotta. Ogni proiezione, senza bisogno di ricorrere
ai supercomputer, ci dice di nuovo un paio di decenni (alcuni modelli
borghesi prevedono una crisi catastrofica nello stesso periodo). Se
saremo smentiti non ci turberemo più di tanto. Quando il meteorologo
annuncia giornate di bel sole e poi scoppiano temporali, non rinnega
certo per questo le leggi di natura che stanno alla base dei movimenti
atmosferici.
Dopo questa escursione ottimistica sull'andamento della
crisi, qualcuno potrebbe obiettare che per un comunista vi sono però
anche motivi per essere pessimisti quando si passi al comportamento del
proletariato. Tranquilli. Intanto c'è, ed è sempre più numeroso:
l'ultimo rapporto dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro ci dice
che gli occupati nel mondo sono quasi tre miliardi, di cui almeno il
50% salariati (85% degli occupati nei vecchi paesi industriali, 40% in
Cina e India, 30% nel resto del mondo). Un miliardo e mezzo di
salariati, anche se adesso sono "invisibili" come dice la sociologia,
rappresentano una massa proletaria che non s'è mai vista nella storia
del capitalismo, neppure in proporzione al numero degli abitanti. Ad
essi si aggiunge una sovrappopolazione relativa (esercito industriale
di riserva) di 190 milioni di disoccupati e di 700 milioni di
sottoccupati. E lo sfruttamento si fa sempre più bestiale. Pessimisti?
LETTURE CONSIGLIATE
Quaderni di n+1: La legge del valore e la
sua vendetta, 1988.
a.. Quaderni di n+1: La crisi del sistema
bancario americano, 1991.
b.. Quaderni di n+1: La crisi storica del
capitalismo senile, 1985.
c.. Quaderni di n+1: Dinamica dei
processi storici - Teoria dell'accumulazione, 1992 (sul nostro sito www.
quinterna.org).
d.. "Teoria e prassi della nuova politiguerra
americana", n+1 n. 11, marzo 2003.
e.. Karl Marx, Il Capitale,
Libro III, sez. VII, "I redditi e le loro fonti"; UTET, 1987.
f..
Piergiorgio Odifreddi, Intervista a Hitler, 2005, facilmente reperibile
sul Web.
Uomini e gruppi indifferenti a sapere "dove si andava" o a
cercare di mutare la direzione del moto, sono sempre stati schiavi di
una ricerca freddamente conoscitiva e descrittiva, che mette agli atti
i risultati senza curarsi di altro e senza utilità alcuna
dell'archivio. Se fosse possibile fare solo fotografie della realtà e
del mondo, non bisognerebbe andare oltre alla prima: quando se ne
raccoglie una serie, vuol dire che si cercano regole di uniformità o
disuniformità tra i varii scatti impressi, e se si fa questo è per dire
in certo modo che cosa rileverebbe una foto successiva, prima di averla
fatta. I gruppi umani sono anzi partiti da tentativi di sapere il
futuro prima di avere edificati sistemi anche iniziali di conoscenza
della natura e della storia di passati eventi. Il primo sistema è la
tradizione ereditaria di nozioni che riguardano come premunirsi da
inconvenienti, pericoli, cataclismi; viene dopo la registrazione anche
embrionale di fatti e dati contemporanei e trascorsi. La cronaca nacque
dopo la prammatica. Lo stesso istinto degli animali, che si riduce ad
una prima forma di conoscenza quantitativamente bassa, regola il
comportamento su eventi futuri da evitare o facilitare: uno studioso
della materia ne dà questa bella definizione: "l'istinto è la
conoscenza ereditaria di un piano specifico di vita". (Proprietà e
Capitale, 1948).
http://www.quinterna.org/pubblicazioni/rivista/23/crisi_congiunturale
21:23
Scritto da: marcos1999
in Economia e Finanza | Link permanente | Commenti (0)
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