venerdì, 17 ottobre 2008
La tentazione del nucleare
EDITORIALE DI "MOSAICO DI PACE"
La tentazione del nucleare
Alex Zanotelli
Il nucleare civile rappresenta la soluzione ai problemi energetici. Parola
del ministro Scajola del governo Berlusconi. Si prospetta anche un
sostanziale appoggio dell’opposizione (ahinoi!), consapevole dell’esigenza
di rendersi credibile, insieme al governo, per una soluzione tanto del
problema energetico che del cambiamento climatico. Peccato che tutto
avvenga senza alcun dibattito. Senza alcuna informazione alla base. Senza
alcun confronto.
Alcune domande s’impongono. Il nucleare civile è una risposta adeguata ai
problemi dell’umanità? Sarà in grado di eliminare la povertà dalla faccia
della terra? E soprattutto: cosa è cambiato rispetto al referendum del
1987, che ha visto la popolazione italiana esprimersi nettamente contro il
nucleare? E se questa storia, come scrive la rivista ecumenica americana
Sojourners, fosse solo “una cinica scommessa dell’industria nucleare per
salvare se stessa”? Noi qualche dubbio (più di qualcuno veramente), in
merito alla necessità di aprire le porte di casa nostra al nucleare
civile, lo nutriamo. Oggi come ieri.
Certo, un editoriale non è il luogo opportuno per un’analisi e una
comparazione dettagliata di profitti e costi, vantaggi e rischi,
riflessioni etiche e ambientali. Ma qualche dato può certo essere da
sprone. Per aprire un dibattito. Per un confronto, necessario in una
società democratica e pluralista. Un dibattito che auspichiamo si apra
anche nelle chiese.
In questi ultimi 40 anni l’energia prodotta dal nucleare negli Stati Uniti
è costata 492 miliardi di dollari. Cifra che non include voci come
l’eliminazione delle scorie o la chiusura degli impianti atomici. Se
dovessimo sommare anche questi costi, raggiungeremmo, negli Usa, i 700
miliardi di dollari per la produzione di energia nucleare, che
rappresenta, al massimo, il 10% dell’energia totale necessaria. Si
aggiunge poi il pericolo incidenti. E su questo – nonostante le
rassicurazioni propinateci – Chernobyl insegna! Il 90% degli 800 mila
pompieri e incaricati delle pulizie al reattore sono diventati invalidi o
inabili al lavoro. Perplessità omologhe legittimamente si pongono sul
timore di proliferazione nucleare – perché la connessione tra energia e
armi nucleari vien facile – e sul problema irrisolto delle scorie,
semplicemente stoccate nei siti dei reattori atomici. Non sepolte,
nonostante si sappia che i loro effetti mortali durano ben 200 mila anni!
Il fisico Angelo Baracca afferma: “La scelta che dobbiamo fare non è tra
l’energia che otteniamo dal carbone e il nucleare. C’è una via alternativa
che può diminuire i gas serra e dare abbastanza energia per un’economia
mondiale in espansione. Ma lo fa incoraggiando i processi democratici,
potenziando le realtà locali e in maniera sostenibile. [... ] La critica
più radicale che prima di ogni altra muovo ai programmi di rilancio del
nucleare è di alimentare ancora l’illusione che sia possibile continuare a
consumare energia e a continuare a crescere. Il pianeta non sarà in grado
di reggere ritmi di crescita e di consumo di questo genere, anche se
riusciamo ad arrestare tutte le emissioni di CO2”. Perché, di fronte al
problema dell’energia, non si batte la strada delle alternative possibili,
già sperimentate in altri paesi europei? Perché non se ne parla a
sufficienza? Forse perché non siamo disposti a modificare, a rivedere, a
contenere il nostro stile di vita e a ridurre i nostri consumi? Come in
ogni questione, invece, l’alternativa esiste. Il suo primo grande nome è
risparmio energetico per un uso meno irrazionale di una risorsa
esauribile. Forse si può puntare di più sulle fonti rinnovabili e sul
decentramento: l’energia può, deve, essere gestita dalle comunità locali,
dai comuni, dalle realtà provinciali o regionali.
Ci preoccupa l’apertura recentemente manifestata dal card. Raffaele
Martino, Presidente del Consiglio della Giustizia e della Pace, verso
l’uso del nucleare civile. Queste affermazioni, nella chiesa come in
politica, destano in noi alcune serie perplessità – di ordine etico e non
solo – e non possiamo condividerle. Il nostro auspicio è che si apra un
largo dibattito su questo tema. Sono in gioco valori alti, vitali, una
sfida da non perdere. E da non lasciare solo in mano ai cosiddetti
tecnici.
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14:16 Scritto da: marcos1999 in Ambiente | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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venerdì, 10 ottobre 2008
LA CRISI: IL SILENZIO DELLA CHIESA
Richiamiamo l’attenzione sul fatto
che le autorità ecclesiastiche sproloquiano su qualunque argomento
senza mezzi termini, ma su alcuni fatti drammatici per la gente, come
il caso della crisi economica, non proferiscono parola.
p. José
Maria Castillo,teologo
Diamo per assunto che è rischioso affermare
che il papa, i cardinali e i vescovi, così come sono, non abbiano detto
nulla riguardo un tema di cui il mondo intero parla con preoccupazione
e angoscia. Senza dubbio il papa e i vescovi ne hanno parlato.
Ma il
fatto è che l’opinione pubblica conosce perfettamente la posizione
della gerarchia riguardo l’aborto, l’eutanasia, il divorzio, l’
omosessualità, l’uso dei contraccettivi, la scelta dell’istruzione per
i cittadini, ecc., mentre la gente non ha idea di ciò che pensino i
vescovi rispetto alla crisi del sistema finanziario, la crisi delle
banche, l’impennata dei prezzi, la disoccupazione, lo smaltimento dei
rifiuti, la sete di potere che, secondo il Commissario degli Affari
Economici della Unione Europea, Joaquìn Almunia, è alla radice di
questa crisi, assai profonda, oscura e di estrema gravità.
E’ vero che
le questioni di ordine economico presuppongono conoscenze tecniche, che
non sono alla portata di tutti, né tanto meno dei vescovi che si
suppone abbiano ricevuto la necessaria formazione e preparazione ad
informare, come pastori, i fedeli su ciò che devono pensare in
relazione alle proprie scelte di vita e di coscienza.
Siamo d’
accordo sul fatto che siano gli economisti a parlare di economia. Ma,
se questo criterio è corretto, saranno i biologi a parlare di
biologia.
Perché allora i vescovi si esprimono con tanta sicurezza su
questioni come le cellule staminali, il termine della vita, gli
esperimenti scientifici su embrioni e sulla fecondazione in vitro, se
la maggior parte dei prelati si intende di biologia meno di quanto non
si intenda di economia ?
Sinceramente, temo che il silenzio dei
vescovi sui temi economici non sia dovuto a semplice ignoranza, ma ad
altre oscure motivazioni. Perché affermo questo ?
Pochi giorni fa, il
presidente del Parlamento Europeo ha dichiarato senza giri di parole:
«Non si possono dare 700.000 milioni (di dollari) alle banche e
dimenticarsi dell’uomo».
Perché questa somma così grande di denaro
viene riservata ai ricchi affinché si sentano più sicuri e tranquilli
nella loro condizione privilegiata, mentre, come ben sappiamo, abbiamo
ancora 800 milioni di esseri umani che vivono con meno di un dollaro al
giorno, che quindi vivono in condizioni disumane con limitate
prospettive di vita.
Ebbene, lo scandalo è che i politici denunciano l’
atrocità di una “economia canaglia” (Loretta Napoleoni), proprio quando
coloro che si ritengono i rappresentanti ufficiali di Cristo in terra
non alzano la voce contro una vergogna simile. E’ scontato che io non
abbia le soluzioni necessarie per questa situazione critica che stiamo
vivendo, e non sia preparato a fornirne di adeguate.
L’unica cosa che
posso (e devo) dire è che nella Chiesa abbondano i funzionari e
scarseggiano i profeti. Ho l’impressione che, in questo momento, per
uscire dal ginepraio in cui siamo finiti, ancor più importante della
conoscenza degli economisti, sia l’audacia dei profeti, capaci di
informare sull’origine della cupidigia che, come ho già detto, è alla
radice del disastro che stiamo subendo.
Tutti sappiamo che la Chiesa
denuncia l’ingiustizia. Il problema è che utilizza un linguaggio troppo
generico, come quello del presidente Bush, quando auspica una giustizia
duratura. Nessuno dubita delle buone intenzioni del papa. E neanche
della sua grande personalità e del suo prestigio mondiale.
Ma la
questione è che il papa è il capo supremo di una istituzione presente
nel mondo intero e si sforza di mantenere le migliori relazioni
possibili con i responsabili dell’economia e della politica di ciascun
paese.
Ebbene, dal momento in cui la Chiesa ha adottato questo
approccio, è impossibile per lei esercitare quella missione profetica a
difesa dei poveri e delle persone maltrattate dalla vita e dai poteri
di questo mondo.
Chiunque legga con attenzione i vangeli sa che Gesù,
davanti alle autorità e ai ricchi del suo tempo, non si comportò mai
come le gerarchie ecclesiastiche si stanno comportando oggi rispetto a
questa economia canaglia che sta rovinando il mondo.
E’ evidente che
le preoccupazioni di Gesù erano molto diverse da quelle della Chiesa di
oggi. Si deve verificare una catastrofe economica come quella che
stiamo vivendo, perché ci rendiamo conto di quali siano i reali
interessi degli ‘uomini della religione’. Essi dovrebbero utilizzare il
linguaggio della giustizia e della solidarietà, che è quello
appropriato per i nostri tempi, ma non alzano la voce quando temono che
gli interessi della religione possano essere messi in pericolo.
Questo è quanto, la conclusione è chiara: l’istituzione religiosa è più
preoccupata di assicurare la stabilità e il buon funzionamento della
religione, che perdere la faccia (con tutto ciò che comporta) per
coloro che se la passano peggio.
E se questa è la conclusione logica,
il risultato è evidente: i ricchi si sentono sicuri, i poveri rimangono
immersi nella loro miseria, e la religione, con i suoi templi e i suoi
funzionari, mantiene il suo corso, nonostante essa stia diventando ogni
giorno più vecchia e senza forze.
19:24 Scritto da: marcos1999 in Religione | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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IL FALLIMENTO DEL NEOLIBERISMO
La tanto temuta crisi dei mercati finanziari è dunque giunta fino alla
Vecchia Europa. Ieri i listini delle borse, da Francoforte a Londra, da
Parigi a Milano, hanno fatto registrare cali record di quasi dieci punti
percentuali. A niente sono servite le rassicurazioni della BCE e le
dichiarazioni degli ingessati capi di Stato europei dei giorni scorsi, il
trend negativo, la sfiducia, si è espansa a macchia d'olio tra gli
operatori finanziari, segno inequivocabile che qualcosa di marcio sta
bollendo nel pentolone della finanza globalizzata e del tanto strombazzato
neoliberismo deregolato e deregolatore.
Adesso voglio vedere se fra i coriferi del capitalismo a qualunque costo -
umano, sociale, etico - ci sarà qualcuno che avrà l'onestà di dire che
questa idea di società è miseramente fallita così com'era successo nell'89
al comunismo, e che quello che sta succedendo negli Stati Uniti a banche e
assicurazioni, che stanno trascinando nel baratro pensioni e risparmi di
milioni di cittadini, è per l'Occidente uno sconquasso della stessa
drammatica intensità della caduta del muro di Berlino per il mondo che si
ispirava ai principi del marxismo.
Perché questa fragilità, questa corrotta ambiguità dell'economia di mercato
era palese da tempo, eppure molti degli ultras del liberismo si ostinavano
a sottolineare la "fine delle ideologie". Ma se scavavi tra le pieghe del
discorso, scoprivi che in realtà l'unica ideologia che questi ultrà
reputavano morta e da seppellire era quella comunista. E anche quando erano
costretti ad ammettere che in nome del libero mercato erano stati compiuti
crudeli genocidi (come in Africa o in America latina), con aria falsamente
ingenua erano pronti a chiederti: "Ma cosa mi offri in cambio? Non esiste
un'alternativa". E quindi si poteva mentire al mondo per fare le guerre,
vendere armamenti, saccheggiare risorse, o si poteva condannare alla fame e
alla miseria interi continenti, magari per difendere solo i privilegi e
continuare a rapinare le ricchezze dell'umanità meno attrezzata, meno
pronta ad affrontare le sfide capziose del mercato.
Ci avevano detto che il liberismo era l'unica salvezza dell'umanità, un
sistema che aveva una soluzione per tutto, perché comandava l'infallibile
mercato e la ricetta si era rivelata indiscutibile: quando l'economia non
funzionava, bastava privatizzare e tutto si sarebbe risolto.
Una presa per i fondelli colossale, senza il minimo pudore, se uno come
Giulio Tremonti, il ministro dell'economia di un governo come quello di
Silvio Berlusconi, che le regole non le ha mai rispettate, si è subito
adeguato come un burocrate sovietico: "Dalla crisi si esce con più
intervento pubblico. Se il male è stato l'assenza di regole, la cura può
essere solo nella costruzione di regole". Neanche un ministro democristiano
dell'epoca della Cassa del mezzogiorno avrebbe potuto cambiare abito così
in fretta. Avevamo dunque ragione noi, quella moltitudine di donne e uomini
classificati come il popolo di Seattle ed erano nel giusto noi che a
Genova, nel 2001, protestavamo contro il potere mercatista del G8 subendo
una violenta e brutale repressione; sembra almeno questa la conclusione
alla quale sono giunti il presidente Usa George Bush, liberista pentito
trasformatosi in un batter di ciglia nel nuovo Roosvelt, e i suoi accoliti
(Sarkozy, Berlusconi e Merkel). I fautori del mercato sopra a tutto si sono
accorti, forse troppo tardi, di stare scherzando col fuoco del crack
finanziario globale. Eliminazione del potere centralizzatore degli Stati e
carta bianca consegnata agli stregoni della Banca Mondiale e del Fondo
Monetario Internazionale, una razza di predatori e di sciacalli che, in
pochi anni, è riuscita a fare strazio delle risorse finanziarie globali.
Guadagnare subito e guadagnare il più possibile in barba alla solidarietà e
ad un funzionale e conveniente sistema di welfare pubblico, il risultato è
sotto gli occhi di tutti: una crisi del capitalismo dalle conseguenze
ancora ignote, anche se gli "esperti" si ostinano a negare per evitare un
disastroso "effetto Argentina".
La verità è che siamo in una crisi probabilmente peggiore di quella del
1929, che portò ad approvare legislazioni molto severe per regolamentare
gli eccessi della finanza, regole che sono state progressivamente
smantellate nel corso degli ultimi 30 anni, sull'onda del pensiero
neoliberista che postulava un sempre minore intervento dello Stato nelle
questioni economiche e la capacità dei mercati di autoregolamentarsi.
Anche a seguito degli ultimi interventi pubblici in soccorso della finanza,
sarebbe il caso di ammettere una volta per tutte che la fase
politico-economica neoliberista si è chiusa con un solenne fallimento. E'
ora di voltare pagina e di rivedere alla base la governance internazionale
e i meccanismi di controllo, vigilanza e regolamentazione dei mercati
finanziari. Se è probabilmente troppo tardi per evitare gli effetti
peggiori di questa crisi, è l'unica strada possibile per evitare di
ripartire come se nulla fosse successo, navigando a vista in attesa della
prossima tempesta.
Italo Di Sabato
<http://www.italodisabato.org/>www.italodisabato.org
14:06 Scritto da: marcos1999 in Economia e Finanza | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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domenica, 05 ottobre 2008
Gaia club: si firma contro il ritorno al nucleare
Da giovedì 25.9 si può firmare, sia on line che sui moduli, la petizione "Non abbiamo bisogno del nucleare" lanciata da Per il bene comune, per cominciare a farsi sentire su questo ritorno della barbarie.
Il modo più semplice di firmare è cliccare su http://petizione. perilbenecomune. org/ oppure entrare nel sito www.perilbenecomune .net
compare subito il testo della petizione e il modo di firmare (nel momento in cui vi scrivo siamo già oltre le 1250 firme). fatelo subito e girate questa mail ai vostri amici.
Inoltre si può scaricare dal sito il modulo (magari fotocopiarne qualche copia) e raccogliere le firme nelle scuole, nei mercati, nelle feste ecc.
non sono firme autenticate da notai ecc. e non c'è un numero minimo da raccogliere; si punta a raccoglierne decine di migliaia entro natale per consegnarle ai vertici dello stato all'inizio di gennaio.
Si possono ritirare moduli e si può firmare anche presso il nostro Ecoistituto del Veneto a Mestre viale Venezia 7 (usciti dalla stazione di Mestre 50 m. a sinistra), meglio venendo dalle 17 alle 19 o telefonando prima per accertarsi che ci trovate 041.935666
buon lavoro,
michele boato
14:44 Scritto da: marcos1999 in Ambiente | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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