Gli economisti alla sbarra “Non hanno compreso la crisi”

domenica 31 maggio 2009 alle ore 17.35

 

Al Festival dell’Economia di Trento un “tribunale” giudicherà gli studiosi
accusati di non aver seguito gli sviluppi della finanza. Chiesta la condanna a 7 anni.

Applicavano regole vecchie a un sistema che in pochi anni era stato rivoluzionato?
Oppure sono stati Cassandre inascoltate, e le colpe del collasso sono altrove?
dal nostro inviato ROSARIA AMATO

TRENTO – Gli economisti sono colpevoli di non aver previsto la crisi economica innestata dai mutui subprime? Perché non hanno denunciato le anomalie e le distorsioni del mercato che hanno portato alla recessione l’intero pianeta? Perché non avevano le conoscenze necessarie per rendersene conto, è la tesi dell’economista Roberto Perotti, professore alla Bocconi, ex consulente della Banca Mondiale e della Banca Centrale Europea.

A Perotti è toccato l’ingrato compito di sostenere la pubblica accusa nel processo che stamane a Trento, al Festival dell’Economia, si è tenuto contro gli studiosi. La difesa è stata sostenuta da un altro economista, Luigi Guiso, professore all’European University Institute di Firenze, che ha chiamato a testimoniare due colleghi, Nicola Persico e Nouriel Roubini, celebrato proprio perché invece lui la crisi l’aveva prevista eccome, però lanciare l’allarme per tempo non è servito a nulla.

Questo perché, ha sostenuto Guiso davanti alla giuria, costituita da studenti della Facoltà di Economia di Trento, prevedere le crisi non è come prevedere i terremoti: “I collassi finanziari, a differenza delle città, non sono evacuabili”. E quindi, paradossalmente, “Se anche gli economisti avessero potuto prevedere la crisi…forse sarebbe stato meglio non dirlo: l’unico risultato che avrebbero ottenuto sarebbe stato di anticipare il collasso”.

Accusa e difesa, nel tribunale allestito nella Sala Depero del Palazzo della Provincia, si sono comunque trovati d’accordo su una tesi: la crisi in senso stretto non era prevedibile, nel senso che conoscere il giorno, o il periodo preciso nel quale l’economia subisce un tracollo, uno shock violento, è impossibile, così come lo è conoscere in anticipo il giorno e l’ora di un terremoto. E quindi in questo senso ha torto chi, come hanno fatto anche diversi esponenti politici, punta il dito contro gli economisti.
Ma qui finiscono le analogie tra accusa e difesa. Secondo Perotti gli economisti sono senz’altro da condannare (anche se la condanna chiesta non è troppo pesante, “sette anni di reclusione, perché con meno di cinque anni in Italia non si va neanche in galera, e almeno un anno al fresco gli economisti se lo meritano”), perché, quando la crisi è esplosa, hanno continuato ad annaspare: non ne hanno compreso appieno le ragioni, non hanno saputo indicare le vie per affrontarla al meglio. E la ragione è semplice: non conoscevano a sufficienza, o forse non conoscevano affatto, il mondo della finanza. I subprime e le loro evoluzioni, i problemi legati alla senior tranche, le mille vie delle cartolarizzazioni per cui i titoli diventavano irriconoscibili persino agli stessi emittenti.

Una finanza di carta, misteriosa persino per chi avrebbe avuto tutta la convenienza oltre che il dovere di conoscerla a fondo, dal momento che su essa poggiavano le proprie personali fortune, oltre che le sorti del sistema finanziario e in definitiva dei paesi: i manager delle banche, delle società finanziarie, i broker. Doppia colpa per gli economisti: non aver capito che il bandolo della matassa era stato perso da quegli stessi che avevano iniziato a dipanarla. “Negli ultimi anni c’era stata un’enorme evoluzione del mercato del credito – ha dichiarato Perotti, in un sofferto e interminabile J’accuse, rivolto anche a se stesso (“neanch’io avevo capito niente”) – che aveva dato luogo a un vero e proprio sistema bancario ombra, che si finanziava con strumenti nuovi ad alto rischio, a scadenza giornaliera. Al tempo stesso, le banche erano arrivate a detenere una sempre maggiore quantità di titoli cartolarizzati”.

Mentre gli economisti dormivano sonni tranquilli, ha ricostruito Perotti, ritenendo che i manager sapessero quello che stavano facendo, e che le istituzioni finanziarie fossero nelle mani di illustri studiosi, a cominciare da Ben Bernanke, a capo della Federal Reserve Usa, il sistema finanziario accumulava tossine che a un certo punto hanno provocato il collasso, unite alla bolla immobiliare. “Non ci eravamo resi conto che questi titoli erano molto più rischiosi di quello che pensassimo”. Peggio, neanche le banche se n’erano rese conto: “Credevamo di essersi assicurate, e lo erano, per il rischio singolo, non certo contro un problema sistemico”.

Insomma, il mondo era cambiato in pochissimo tempo, e gli economisti applicavano regole pensate per situazioni ormai morte e sepolte, come la Taylor rule, uno dei principi cardine della politica monetaria. “Oltre a non comprendere cosa stava succedendo nel mercato del credito – ha concluso Perotti – siamo stati incapaci di comprendere le conseguenze del tracollo per il mondo dell’economia”. E infine, non hanno neanche fatto autocritica. Condanna, senza appello.

Una tesi condivisa dal giornalista Roberto Petrini, che stamane ha presentato al Festival dell’Economia il suo ultimo libro, che s’intitola proprio “Processo agli economisti”: “Ci si ostina a considerare la finanza come un mero insieme di dati, di modelli, di equazioni matematiche. Un atteggiamento miope che impedisce di vedere più lontano”. E da Nouriel Roubini, che ha sottolineato come è difficile che un economista abbia una visione così ampia che vada dalla macroeconomia alla finanza, l’unica però che avrebbe potuto permettere di prevedere in qualche modo le conseguenze di un mercato drogato.

Ovviamente opposta la tesi della difesa, secondo la quale molti economisti hanno invece previsto la crisi. Soprattutto, l’hanno prevista gli studiosi ai quali le istituzioni finanziarie internazionali avevano dato il compito di monitorare il mercato, a cominciare da Raghuram Rajan, capoeconomista del Fondo Monetario Internazionale. O la meno famosa Jane Eberly, macroecononista statunitense che diversi anni prima dell’esplosione della crisi aveva pubblicato uno studio dal titolo eloquente: “Il credito al consumo sarà il tallone d’Achille dell’economia americana?”. E, tra gli italiani, il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi. Il torto, secondo il testimone Nicola Persico, è di non avere ascoltato queste autorevoli voci, e di essersi affidati invece a soggetti molto meno adatti a dare consigli in materia.

Guiso ha citato economisti che ammonivano i banchieri: “Come si chiede a un padre se sa dove siano i suoi figli, si chiedeva ai senior manager se sapessero chi e dove deteneva i loro rischi”. Accusare gli economisti, ha osservato Guiso, fa gioco ai politici: meglio zittire una categoria che non fa altro che pontificare sulla spesa pubblica e sulla politica economica, spesso criticando le scelte di chi governa. Al massimo, ha concluso nella sua arringa, gli economisti si meritano uno scappellotto, non certo una condanna alla detenzione…

La sentenza verrà resa pubblica domani a mezzogiorno. E subito dopo in tribunale la corte giudicherà altre due categorie fortemente sotto accusa per non aver saputo governare la crisi: i controllori e i politici.
(30 maggio 2009)

Gli economisti alla sbarra “Non hanno compreso la crisi”ultima modifica: 2009-06-08T14:31:23+00:00da marcos1999
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