Dal Canada allo Stretto via Arabia Saudita

Intanto però la mafia estendeva i suoi tentacoli sull’affare del secolo. Mentre il governo attraverso il suo ministro alle Infrastrutture invitava cittadini ed imprese a “convivere” con le organizzazioni criminali, alcuni faccendieri lanciavano l’assalto, per conto delle più potenti cosche mafiose d’oltreoceano, alla gara per il General Contractor del Ponte di Messina.

L’intrigata ragnatela di interessi viene svelata il 12 febbraio 2005 dalla stampa che pubblica la notizia dell’emissione di cinque provvedimenti di custodia cautelare per associazione per delinquere di stampo mafioso e delle perquisizioni in diverse città italiane.

 

I provvedimenti venivano notificati al boss Vito Rizzuto, capo dell’organizzazione legata ai mafiosi Cuntrera-Caruana e sospettato di rappresentare in Canada la “famiglia” Bonanno di New York (detenuto a Montreal e in attesa di estradizione), all’ingegnere Giuseppe Zappia (residente in Canada ma arrestato a Roma), al broker Filippo Ranieri (originario di Lanciano in Abruzzo), all’imprenditore cingalese Savilingam Sivabavanandan  e all’algerino Hakim Hammoudi.

L’inchiesta (denominata “Brooklin”) coordinata dal capo della Dda di Roma Italo Ormanni e dal pm Adriano Iassillo, sulla base di numerose intercettazioni, ha individuato un’operazione concepita da Cosa Nostra per riciclare 5 miliardi di euro provenienti dal traffico di droga nella realizzazione del Ponte. Ad ordire le trame il boss Vito Rizzuto, originario di Cattolica Eraclea, figlio di Nicola “Nick” Rizzuto, personaggio eminentissimo della mafia internazionale.

Stando alle accuse dei magistrati romani, il mafioso italo-canadese si sarebbe avvalso dell’imprenditore Giuseppe Zappia che aveva capeggiato una cordata partecipante alla gara preliminare per il General Contractor, avviata dalla Società Stretto di Messina il 14 aprile 2004. Sei mesi più tardi, tuttavia, la “cordata Zappia” e un non precisato raggruppamento di aziende meridionali venivano escluse nella fase di pre-qualifica, perché non in possesso dei requisiti richiesti [50].

 

Zappia ha negato i contatti con la criminalità italo-canadese e a sua difesa ha prodotto un affidavit, una sorta di accordo sancito con una società, la Tatweer international company for industrial investiments, in mano ad uno dei principi della famiglia reale dell’Arabia Saudita [51]. I soldi per il Ponte, cioè, dovevano venire dagli immensi profitti del petrolio.

 

In realtà i faccendieri internazionali facevano la spola tra Canada e Arabia Saudita, intrecciavano inquietanti relazioni tra mafiosi e sovrani mediorientali, ed avviavano i contatti con i manager delle maggiori società di costruzione in corsa per il Ponte sullo Stretto. La mafia, consapevole delle loro difficoltà a reperire capitali freschi per avviare i lavori, dichiarava la propria disponibilità a metterceli lei e per intero.

 

Come ha evidenziato Stefano Lenzi, responsabile dell’Ufficio istituzionale del WWF Italia, “l’attuale salto di qualità vede la holding mafiosa mettere sul tavolo dei suoi rapporti con le imprese il suo ruolo di ‘intermediatore finanziario’, con enormi disponibilità economiche. Un mediatore che non ha nemmeno bisogno di condizionare il General Contractor per realizzare l’opera ‘con qualsiasi mezzo’, ma tenta, addirittura, di diventare esso stesso (attraverso le necessarie coperture) l’elemento centrale di garanzia del GC, che dovrà redigere la progettazione definitiva ed esecutiva e realizzare l’infrastruttura”. [52]

 

Ma più di tutto, l’establishment criminale coglie l’alto valore simbolico del Ponte e comprende che finanziando e realizzando la megaopera è possibile ottenere nuova legittimazione istituzionale e sociale.

“Se la mafia è in grado di costruire il ponte, ben venga la mafia”, ha dichiarato incautamente il più alto dirigente della Stretto di Messina in un’intervista a Sciuscià, diretta da Michele Santoro. L’invito-provocazione sarà raccolto. “Quando farò il ponte – dirà in una telefonata l’imprenditore Zappia – con il potere politico che avrò io in mano, l’amico (il boss Rizzuto ndr) lo faccio ritornare…”.

 

 

A fine 2005 i giudici di Roma hanno deciso il rinvio a giudizio degli indagati dell’operazione Brooklin. Dal procedimento è rimasto fuori il braccio destro dell’anziano imprenditore, Sivalingam Sivabavanandan, che nel corso dell’udienza preliminare ha preferito patteggiare una condanna a due anni di reclusione.

Il dibattimento ha preso il via presso il Tribunale di Roma, lo scorso 19 marzo. Senza che la Società Stretto di Messina abbia avvertito il dovere di costituirsi parte civile.

 

Inviato da Luigi D’Angiulli.

Dal Canada allo Stretto via Arabia Sauditaultima modifica: 2009-03-27T22:42:10+00:00da marcos1999
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